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Aldo Nava, il “Santa” nel sangue

Dietro il bancone della sua macelleria, in via Confalonieri, ha servito generazioni di villasantesi. Ma Aldo Nava, scomparso a 86 anni, nella vita ha avuto molti interessi e nutrito una passione vera per il calcio, soprattutto per quello giocato dalla squadra del paese. Tanto da indurre Franco Redaelli, di cui pubblichiamo un suo personale ricordo, a definirlo “l’ultimo testimone dell’A. C. Villasanta”

Domenica mattina di inizio dicembre 1982. Un sole gelido ci accoglie a Cassina Amata di Paderno Dugnano. In cartellone il testa a testa fra le due rivali del girone. Loro, l’Amatese imbattuta, tutta vele e cannoni; capintesta a suon di gol grazie alla premiata ditta Frediani-Finardi. Noi opponiamo il baldanzoso Santa di Walter Invernizzi, con Marchino Fumagalli, Paolone Ferrero, Silvano Meregalli, Mimmo Perciante, Massimo Spagnol, in panca il giovanissimo Luca Ornago e altri, in un “canter” di guaglioni ispirati.
La partita è una corrida. Siamo al quarto d’ora della ripresa, risultato 2-2. Li abbiamo riacciuffati 2 volte e si vede che loro non sono abituati a ‘ste cose. L’arbitro cerca di tenere la barra dritta; loro sono già ridotti in 10. Noi in 9: hanno appena espulso anche Silvano per ragioni che rimarranno avvolte nel mistero.
La cornice di pubblico (chiamala cornice) è composta da una trentina di aficionados di casa, tutt’altro che in vena di scherzi, a distanza di rispetto, noi 5 schisci. Molto schisci.
A una ventina di minuti dal fischio finale, il loro “libero” viene avanti palla al piede e cerca di impostare una ennesima insidia ma non si avvede dell’arrivo di Riccardo Cossia che gli soffia uno di quei palloni che oggi si definiscono “sanguinosi”.Quest che l’è gol!” annuncia l’Aldo, non tenendo conto che a tutti noi già il pareggio avrebbe pagato il costo del biglietto. Beh, sta di fatto che la nostra razzente ala sinistra scivola via palla al piede volando sul fango e ai 20 metri lascia partire un diagonale imparabile. È gol. Un gol che fa quasi paura.
Vinciamo la partita chiudendoci a riccio. Loro schiumano rabbia in campo e fuori. Noi zitti. Subiamo con umiltà apparente mentre loro, ricoprendoci di insulti, si allontanano. Se ne vanno.
Naturalmente arriverà la Primavera e il vecchio Santa vincerà uno dei testa a testa più intensi contro un avversario certamente più forte. Lo vincerà per un solo disperato punto. Proprio quello…
Un frammento di memoria che risale a oltre quarant’anni fa. L’Aldo era lì a balbettare con noi su quella
montagnola accanto a un campetto fangoso alla periferia di Milano.
Conservava del Santa, come altri della sua generazione, l’idea di nutrire una passione giovanile anche se ormai il paese non rispondeva più con l’entusiasmo di un tempo, anche se le nuove generazioni erano attratte da altri richiami.
Aldo Nava arrivava dall’aver vissuto da ragazzo le stagioni folgoranti dell’immediato dopoguerra e della prima metà degli Anni ’50. Ne era diventato giocatore in maglia azzurra; un centrocampista piuttosto elegante ma, di nuovo e come spesso abbiamo raccontato, il talento doveva fare spazio al dovere. E qui il racconto si confonde con quelli di molti altri suoi contemporanei.
Chi ha conosciuto Aldo Nava non può che averne apprezzato lo spirito trainante e volitivo. È proprio in quegli anni ‘80 che la parabola del Santa inizierà a curvare verso il basso. Quel giocattolo tanto caro diventa sempre più caro. Esige nuovi amori, pena l’assoluta insostenibilità.
Aldo Nava e Carletto Ornago, due vecchi amici, due vecchie glorie, accompagnati dalla misteriosa, mirabolante valigetta “24 ore” hanno tenuto in vita una direzione sportiva assolutamente fantastica. Hanno consentito al Santa un decoroso galleggiamento mettendo in gioco la propria credibilità, le mille relazioni personali, le capriole contabili; tutto quanto, insomma, consentisse una accettabile sopravvivenza.
Quello scenario è definitivamente tramontato. Dei “Tori della Briansa” (sì, con la “s” così com’era scritto nel ‘46 sulla mura del parco, all’altezza dell’ingresso con i leoni) non esiste più traccia. Uno dopo l’altro i nostri se ne sono andati.
Ora tocca all’Aldo, cui la lunga malattia aveva offuscato certo la memoria ma non il sorriso, specie quando gli rammentavo la sua conclamata somiglianza a David Bowie. Diavolo di un milanista.
L’ultimissima notazione è un dovere nei confronti di una persona che lo ha accompagnato con amore fraterno in questi ultimi anni di sofferenza. Un Angelo angelico che mi ha mostrato, senza alcun bisogno di parole, il significato di amore fraterno. Un abbraccio denso di gratitudine da parte di chi ha voluto bene ad Aldo.

Nella foto di copertina, Aldo Nava, in ginocchio, è il secondo da destra.

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