Esattamente centotrent’anni fa, eravamo nel 1896, il patriarca Pietro Spreafico decide di trasferire a Villa San Fiorano la sua giovane arte di prestinaio, dando così il primo tocco di colore a quello che diventerà l’affresco di un popolo in cammino.
In arrivo da Vergo Zoccorino, Spreafico trova spazio per il suo forno proprio nella Curt di mort che detto così non sembra, ma è il cuore pulsante di una comunità che ha già un piede fuori dalla civiltà contadina e si appresta a cavalcare l’onda della seconda Rivoluzione industriale.
I censimenti catastali dicono che nel 1901 Villa San Fiorano supera di poco i 2.000 abitanti (La Santa di Monza è poco sotto quota 4.000). Le nuovissime industrie tessili e meccaniche di Monza installano i primi impianti elettrici. L’industria della seta e del cotone va ad affiancare l’ormai affermato settore dei cappellifici, che in quegli anni produce milioni di pezzi esportati in tutto il mondo.
Il super-sindaco Lorenzo Daelli, proprio in quegli anni, mette in atto una personalissima moral suasion che in poco tempo porterà in paese sia la distribuzione del gas che l’alimentazione di energia elettrica.
Il resto lo faranno le due linee ferroviarie portate a termine a tempo di record, oltre alla posizione privilegiata sulla antica strada che da Milano si dirige a Lecco, al lago e alle Alpi. Via di transito ricca di storia, di commercio e di stallazzi. “Struggente sentiero manzoniano” di Renzo e Lucia.
È vero che in quel tempo il pane cotto a forno è un lusso per pochi; la maggioranza viaggia ancora a polenta, alimento base utilizzato nelle sue mille coniugazioni. Ma la via è tracciata e, anno dopo anno, proprio dalla Curt di mort si dipana quella travolgente linea di sviluppo che muterà usi, costumi e persino l’aspetto urbanistico del luogo. Alludiamo alla costruzione del nuovo palazzo municipale, alla piccola e travagliata scuola elementare, al “salto di qualità” che ci avrebbe accompagnato alla fondazione di Villasanta e che ancora lì da vedere.
Pietro Spreafico, in breve, prima ancora che La Santa di Monza e Villa san Fiorano si uniscano in un solo comune (1929) diventa sinonimo di prestiné, un’etichetta che non abbandonerà più, se non fosse per l’italianizzazione “Panettiere o fornaio”.
Tra le due guerre gli succederà il figlio Giuseppe il quale riesce a consolidare la fama conquistata anche se dovrà farla convivere con una straordinaria passione, il violino. Sissignori, un “prestiné”-violinista, scritturato per solennizzare cerimonie religiose o festeggiare matrimoni, animato da un talento autodidatta, diventato adulto con lui.
Poi i rumori di guerra, angosce, lacrime e con essi la fame. Certo, non per tutti, Ma per chi non avesse avuto la buona ventura di un piccolo pollaio, un orticello, ancor meglio una stalla, il pane appariva una buona notizia anche quando era nero.
Ai lutti , ai silenzi, al “Piper” di Pippo faranno seguito, in rapida successione, gli anni del boom economico: le panetterie in paese si moltiplicano tanto quanto i suoi abitanti; Villasanta ha un cuore sconosciuto che batte al ritmo delle sirene dei suoi nuovi stabilimenti; ululati che si accavallano e si diffondono lunghi e lugubri alle otto di mattina, a mezzogiorno. Poi si ripetono alle 13,30 per segnare l’orario di uscita alle 17,30. Sei giorni su sette è una cadenza incalzante cui fa seguito, immediatamente, un disordinato sciamare per strada: vestaglie nere, tute blu, biciclette che si incrociano e lavoratori come formiche che raggiungono le proprie mense per un’ora e mezza scarsa di intervallo. Un ballo disordinato che coinvolge e sembra non turbare. È il percorso faticoso che conduce all’uscita dalla povertà.
Ora c’è pane a sufficienza per tutti! È bianco, buono, quotidianamente fresco, Addirittura si può scegliere fior da fiore; tipologie sempre più dietetiche, sapori ricercati, la michetta diventa perfino un dolce, quando ti prende nel momento giusto. È un altro modo di stare al mondo.
Decenni dorati in cui il fatto di svegliarsi, tutte le benedette notti o quasi, alle tre e mezzo, non fa nemmeno notizia. Il negozio gira a pieno regime, ormai le vetrine di Spreafico non hanno bisogno di pubblicità.
Giuseppe ha ottenuto quattro anni prima la sua strameritata benemerenza professionale e passa il testimone alla terza generazione.
Emilio Spreafico e sua moglie Tina, accompagnati da Valeria, Gabriele e la moglie Michela costituiscono una équipe allenata e matura. Il negozio tocca vertici mai visti in precedenza. Anche il nome è ormai un biglietto da visita: ogni giorno si arriva a lavorare circa sei quintali di farina parte dei quali viene fornita a rivendite extra paese. Dal negozio escono mediamente quattrocento sacchetti di pane. E’ un successo che riafferma qualità nel lavoro e degli ingredienti. E dà un senso alla sentenza non scritta di mettersi al forno alle 4 del mattino.
Una lunga stagione di crescita, certo, nel mentre ogni giorno c’era da dare risposte ad una clientela sempre più orientata, al centro di novità dietetiche in cui il pane era entrato nel vortice di una critica complessiva che gli attribuiva responsabilità fin lì insospettabili.
Problema serio. Contraccolpi evidenti ma si trattava di una sfida che si doveva affrontare e vincere. Emilio e i suoi misero in atto un’ampia diversificazione del prodotto che si trasformo rapidamente in un ripensamento complessivo e nella prosecuzione dell’attività.
Oggi è sceso il sipario sulla Panetteria Spreafico e, quanto a noi, possiamo proseguire nella ricerca di non so più quale format di michetta andandola a grattare col rastrello nel grandioso dispenser del supermercato. Il futuro della nostra storia comincia da lì.







