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Non appena Thom Yorke prende la chitarra acustica e accenna gli accordi iniziali di Exit Music (for a film), colonna sonora del film Romeo+Juliet del 1995, i 50.000 spettatori presenti ammutoliscono di colpo, un silenzio surreale che fa dimenticare il luogo, il contesto, il caldo torrido, i decibel dell'impianto audio che hanno accompagnato la giornata. Si può riassumere così la magia della musica dei Radiohead, che in 30 anni di carriera hanno saputo imporsi qualitativamente sull'intero panorama musicale moderno. Un lavoro fatto di perfezionismo, ossessione e sperimentazione, con continue reinvenzioni del suono, passato più volte dal rock all'elettronica e vice versa, mai ripetitivo, un punto di riferimento per tantissimi artisti.

Le prime file iniziano a crearsi verso le 11 del mattino, alcuni fan sono già presenti dalle prime ore del giorno, un centinaio di persone rispetto alle decine di migliaia attese. I presenti vengono numerati per ordine di arrivo (io sono il 92). I cancelli non aprono prima delle 2 e mezza, con un ritardo di oltre un'ora causato dalle misure antiterrorismo, che impongono anche severe restrizioni sugli oggetti introducibili nell'area (vietati zaini sopra i 15 litri, bottiglie d'acqua sopra il mezzo litro, macchine fotografiche professionali, thermos) e una perquisizione individuale. Una volta entrati, il prato della Gerascia appare irriconoscibile, tra il gigantesco palco e una distesa vuota che dà il senso del numero di persone che arriveranno entro la sera.

La zona sottostante al palco è, come da prassi, circoscritta a un limitato numero di spettatori, presi in questo caso tra i primi arrivati, senza i costi aggiuntivi che invece sono previsti per le altre serate. Nell'area sono presenti una decina di punti ristoro e diverse bancarelle e stand minori lungo il viale, tra cui quello di Virgin Radio, che per tutta la durata del festival trasmette in diretta dal parco. L'acquisto agli stand è possibile solo tramite token da comprare a parte (minimo 15 euro), introdotti per motivi di sicurezza ma probabilmente anche per fare cassa. Il caldo non dà tregua, ed è difficile pensare di poter resistere per le restanti 9 ore.

Alle 16 arrivano i Santa Margaret, band della monzese Angelica Schiatti, alle 17 gli Ex-Otago, genovesi, ma è con l'arrivo del britannico Michael Kiwanuka, candidato al Mercury Prize, che le cose iniziano a farsi interessanti, in un mix poligenere che a tratti si avvicina allo strumentale dei Pink Floyd Shine On You Crazy Diamond, e in altri abbraccia il reggae e il funk, il tutto con una voce soul che potrebbe essere quella di Marvin Gaye. Passano le ore e arriva il turno di James Blake, musica elettronica per intenditori, che però non sembrano mancare nel pubblico. Intanto il posto si è completamente riempito.

alle 21:30 precise entrano finalmente Thom, Jonny, Ed, Phil, Colin e Clive... e parte Daydreaming, il singolo di punta dell'ultimo album A Moon Shaped Pool. Nel pit due persone svengono, le persone sono talmente tante che la security ci mette un paio di minuti per raggiungere i malcapitati. Si accendono le luci, disegnate e controllate da Andi Watson, un veterano all'avanguardia almeno quanto la band (fra i primi ad aver sperimentato i led nel mondo dello spettacolo). Si entra in un'altra dimensione.

Le canzoni non sono collegate fra loro, musicalmente o testualmente, come potrebbero essere quelle di un concept album, ma sono ognuna un momento a se stante, dotato di vita propria. Si passa da tre chitarre distorte a pianoforte e xilofono. Il pubblico sa esattamente come comportarsi, quando deve ballare, quando deve stare zitto, quando deve urlare. Bisogna fidarsi dei membri della band, che cambiano strumenti in ogni pausa, e seguirli, che si tratti dell'energica Ful Stop dall'ultimo lavoro o della classica Airbag, prima canzone di Ok Computer del 1997, considerato uno degli album migliori di sempre e di cui ricorre il 20esimo anniversario. Thom conosce il suo ruolo, guida la folla con il suo comportamento, interagisce in pseudo-italiano, momenti quasi comici a fronte di una precisione tecnica impeccabile.

Nella scaletta sono presenti ben 6 pezzi di In Rainbows, album del 2008 particolarmente apprezzato nel nostro paese, questione probabilmente considerata nella scelta. E' impossibile fare una graduatoria, ma il pubblico esplode per i grandi classici, Everything in its Right Place, Idioteque, Karma Police. Ci sono due momenti di punta innegabili: la già citata Exit Music (for a film) e Fake Plastic Trees, un crescendo da brividi.

Commento a parte merita la rarissima esecuzione di Creep, concessa secondo non si sa quale criterio al pubblico di Monza: la canzone è notoriamente poco gradita al gruppo, che all'inizio della carriera fu etichettato come one-hit band a causa del successo del semplicissimo singolo, che metteva in secondo piano, per popolarità, il resto del loro lavoro. Il pubblico canta a squarciagola, Thom sembra particolarmente ispirato, quasi come se volesse dare un nuovo senso all'opera rinnegata.

Il deflusso del pubblico, controllato a vista da centinaia di uomini tra polizia, carabinieri, guardie private e steward, risulta abbastanza veloce, tenuto conto del numero di persone presenti e delle difficoltà organizzative che, pare, ci sono state nei parcheggi e negli ingressi. E' abbastanza sfiancante partecipare a un evento del genere, che richiede organizzazione e una buona dose di resistenza fisica, ma vivere il momento costituisce un ricordo indelebile.

SCALETTA: Daydreaming, Desert Island Disk, Ful Stop, Airbag, 15 Step, Myxomatosis, The National Anthem, All I Need, Pyramid Song, Everything in Its Right Place, Reckoner, Bloom, Weird Fishes/Arpeggi, Idioteque, The Numbers, Exit Music (for a Film), Paranoid Android, No Surprises, Nude, 2 + 2 = 5, Bodysnatchers, Fake Plastic Trees, Lotus Flower, Creep, Karma Police.

IL PARCO E I CONCERTI

Nei prossimi giorni arriveranno, come di consueto, le polemiche relative all'utilizzo di un prato del parco per i grandi eventi, capeggiate dal Comitato Parco Monza. I giornali locali verranno riempiti di foto, scattate due giorni dopo i concerti, in cui si mostra l'erba sparita, la parte di spazzatura non ancora portata via e la descrizione della "microfauna" distrutta dal calpestio. Poco importa se dopo qualche mese l'area dei concerti dello scorso anno o della messa del Papa è tornata alla piena normalità, poco importa se ogni evento deve rispettare, per normativa, degli stringenti vincoli ambientali che impongono il ripristino completo del luogo utilizzato.

Ospitare i concerti non è solo una questione economica, un aspetto che comunque non riguarda il comune cittadino. Si tratta di una questione culturale, intendendo la cultura come un'espressione di arti eterogenee, vissute e apprezzate dal pubblico. La distinzione tra cultura vera e falsa esiste solo nella nostra testa, ed è ingiusto che il parco, luogo pubblico vuoto per la stragrande maggioranza dell'anno, venga trattato come un bene settario, riservato a ciò che noi crediamo giusto.

Dalla cultura nasce l'interesse. Dopo 15 anni di silenzio mediatico e progetti falliti, Monza sta tornando a farsi conoscere nel resto d'Italia per qualcosa di diverso dalla Formula Uno. Interrompere questo processo, estremamente delicato, significa tornare alla situazione precedente. Per favore, andiamo avanti e non indietro.

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