il significato della memoria

Curt dal Nustràn

Lui, dico ul Nustràn, era un Galbiati. Ignota la ragione del nomignolo, probabilmente un’eredità ottocentesca.

Più che nostrano, magari un po’ monello, sì perché da anni, a cavallo della seconda Guerra mondiale e in modo sfrontato, manda avanti in quel cortile un’osteria/balera che fa scalpore in paese.

Musica dal vivo,  fisarmonica,  grammofoni e via di Fox- trot e Charleston per ragazzacce disinibite; capelli alla maschio e gonne troppo a filo del ginocchio.

Anche se non dev’essere durato a lungo ‘sto spettacolo perché, dicono le cronache, il parroco Don Gaetano Galli infilò a muso duro la scaletta che porta al pulpito e da lì lanciò un’invettiva di quelle che rimangono nella storia.

E vabbè: già che siamo in tema e a grande richiesta ne pubblichiamo una replica. Stessa chiesa, stessa scaletta e medesimo pulpito; ma il parroco è Don Giacomo Gervasoni. Siamo poco prima della metà degli anni ‘60 e la Messa è quella solenne della domenica alle 11. Preoccupatissimo, Don Giacomo lancia un accorato monito a tutte le mamme del paese. E ovviamente lo fa con la sua leggendaria cantilena: Le ragazze di Villasantaaa, vanno a Monza su macchine diabolicheee e si scambiano baci prolungati, scopo godimentooo!

Tremendo. Ultimativo. Proprio lui, incapace di fare il cattivo nemmeno a pagamento.

Per la cronaca, pur essendo io escluso da esperienze dirette, mi limito a rilevare che l’allarme non ottenne gli esiti sperati.

Ma torniamo al cortile e alla sua storia.  Il vicolo Case Nuove prende corpo e si sviluppa rapidamente verso fine ’800. Incastrato fra l’imbuto (pédrieu) della strada davanti, e la roggia Gallarana alle spalle.

Con un pizzico d’orgoglio verrebbe da metterlo in connessione con l’onda lunga delle Cinque Giornate di Milano, con le Guerre d’Indipendenza e la definitiva Unità d’Italia. Perché no?

In tre decenni, come abbiamo già appreso, si manifestano in rapida successione fenomeni socio-economici da svolta epocale: il capovolgimento delle rendite finanziarie, (quelle derivanti da attività industriali e dal comparto immobiliare disintegrano quasi del tutto la secolare rendita fondiaria). La rivoluzione industriale è assetata di forza lavoro, l’offerta, qui da noi, è soprattutto rivolta al mondo femminile, (filande, tessiture, nastrifici, candeggi), mentre per gli uomini si profila l’emancipazione dall’angusto ambiente rurale e l’ingresso in quello delle arti e mestieri: sellai, fabbri, calzolai, sarti, osti, maniscalchi, operai di fabbrica per non dire di scelte imprenditoriali in prospetti emergenti (Tessitori, lavandai, filatori, edili, mediatori d’affari (marossée).

Con il valore aggiunto di una strada in cui, dal 1879 fino al 1915, nel caos del via vai,  sbuffa anche il tramway su rotaia in direzione Barzanò. Ha due fermate: una al Pollino (angolo con via Garibaldi),  l’altra in piazza Daelli. 

I binari sfiorano quel ridicolo dentino di marciapiedi che sta sul lato opposto della via: un cordolo non più largo di venti centimetri che pare messo lì per fare danno, da qualche ortopedico perverso ma che, incredibilmente, lì è rimasto fino all’alba del 21° secolo.

Insomma, via Vittorio Emanuele, ancor prima che diventi via Giuseppe Mazzini è tutta in fermento.

La Liberazione del 25 Aprile ’45 sancisce la fine delle paure e mette alla frusta l’intero agglomerato: anche la Curt dal Nustràn mostra il limite delle proprie ridotte dimensioni.

Il Censimento del 1951, oltre a dirci che siamo poco oltre i settemila abitanti, rileva un rapporto di 1,34 vani in media per famiglia. Delle 1824 famiglie censite in paese, ben 299 vivono in un solo locale.

Via Mazzini tocca l’apice della sua brulicante vitalità. Tutti i cortili sono al massimo della capienza abitativa. Ogni famiglia accarezza realistici orizzonti di benessere. Al tempo stesso il tasso di natalità fa a pezzi tutti i record precedenti. Nonne e balie asciutte lavorano a pieno ritmo.

In cortile, i mastelli di legno con l’acqua sporca si vuotano in mezzo. Le pietre di selciato sono perennemente viscide di liscivia, (detergente da bucato), anche perché il sole, in quell’anfratto, arriva tardi e se ne va in un amen.

Altre donne si portano il brelén personale in riva alla Gallarana e fanno il bucato in acqua corrente.

Le donne della Curt del Nustran adornano la statua di San Gerardo che galleggia sull’acqua della Gallarana nella ricorrenza del 6 giugno

E’ il regno minimalista dei Merlo, dei Fontana dei Teruzzi (Pirulén, il calzolaio sempre allegro, amico di mio padre), dei Brambilla, dei Sironi, dei Malegori e di pochi altri. Sarà l’approdo privilegiato delle prime forme di immigrazione pugliese e calabrese. Lì, a pochi passi dal lavoro sicuro.

Completano il trittico popolare la Curt da Bigén e la Curt di Sciuri. Questi ultimi sono protetti persino da  un cancelletto d’ingresso dove un’occhiutissima portinaia, la Sciura Lucia, sorveglia il gineceo in cui, manco a dirlo, svolazzano le più belle ragazze del reame.

Ma questa, maledizione, è tutta un’altra storia.

ISSOR – San Gerardo 6 giugno

altre opere di ISSOR sono visibili qui

Ul Tabacòn: dall’ago all’elefante!

Sono le sei di un benedetto pomeriggio di domenica, forse maggio; insomma l’anno scolastico sta per finire.

Da una settimana mi porto a spasso l’angoscia di una versione italiano-latino che mi fa perdere il sonno.

Avevo deciso di non farla, buttando là una scusa,  pur sapendo che rischiavo l’esame a settembre; ma mia madre deve aver capito qualcosa e mi chiede dov’è questo compito.

Bluffo e le dico che non ho il foglio d’esperimento, mi sono dimenticato, ormai è tardi, sono tutti chiusi, domani a scuola, in qualche modo me la caverò ecc. Allora vai dal Tabacòn a prenderlo!

Ul Tabacon anni ’60

Da via Pier Capponi fino in centro, in bicicletta. E durante il percorso immaginare: stai a vedere; certamente il foglio non lo trovo, quindi mi costituisco un alibi. Domani me lo gioco con la prof. Massacesi la quale certo non abbocca ma, forse, mi concede le attenuanti generiche.

Arrivato all’angolo di via Verdi. Appoggio la bici al muro, entro in tabaccheria e il Signor Achille è lì.  Non c’è in giro un’anima. Sembra che stia aspettando proprio me. E io mi gioco subito il carico da 11, convinto di vincerla facile.

Premessa indispensabile: il Signor Achille, all’anagrafe cav. Achille Valentini è un tabaccaio. Gestisce non so da quando questo bugigattolo di negozietto, fate conto un box singolo dei giorni nostri, con la licenza di Sali, Tabacchi e Valori bollati, ma è noto perché, sette giorni su sette a parte cinque o sei ore nel cuore della notte, tiene le porte aperte davanti alla Primavera…. (grazie mille, Paolo Conte).

Ma la sua forza è un’altra.  Tu gli puoi chiedere, per esempio, una forcina da balia, una lametta Gillette, uno stramaledetto cachet contro il mal di denti; persino un cacciavite a Brugola del 6 e lui non fa un plissé; si china di lato, ravana sotto il banco e, nemmeno fosse il pozzo di San Patrizio, tempo max cinque secondi: ecco qua!

Lo so da quando, ancora alle elementari, mi si ruppe il pennino e, ancora Lui, mi sorprese rispondendo al mio disperato S.O.S. con un mezzo sorriso: Lo vuoi a manina o a campanile? Eccezionale!

Io però stavolta ho scelto il gioco duro: Vorrei un foglio esperimento! E mi aspetto che il signor Achille si arrenda. A righe o a quadretti ? E a righe di terza o quinta elementare? Colpito e affondato!

Lui mi guarda di nuovo col suo solito mezzo sorriso: non sono riuscito nemmeno a metterlo in difficoltà. Pago quelle poche lire di rabbia, lo guardo e lui mi saluta sornione: ha capito di aver vinto un’altra sfida.

Ora sono cavoli; si annuncia una serata tragica non mi ricordo se in compagnia di Omero o di Virgilio. Ma basta mia madre.

Capite? Tutto quanto in un box singolo, diviso in due da una tenda dietro la quale, testimoni oculari sostengono funzionasse persino un’affettatrice per cui, ti scappasse, che ne so, la voglia di mortadella, c’era anche quella! Bologna a mezzanotte!

Quella casa all’angolo Mazzini/Verdi, è arrivata alla fine. Sono anni che non accennano a manutenzioni: sta cadendo a pezzi,  fra poco anche il Tabacòn dovrà fare fagotto.

P.S.: Quell’anno, classe seconda media sez. D, Scuola Giovanni Pascoli via Lecco, Monza, non c’è stato niente da fare: beccàti due esami a settembre, disegno e latino (Orcoccàne!).

Scemén de fèr (Stupidino metallico)             

Il locale, un ampio e accogliente tre belle sale più servizio esterno, una sua obliqua fama se l’era già conquistata fin dal tempo di guerra, con il suo nome originale Casa del profugo . Il figlio del proprietario, il mio amico Gigi, appunto un profugo triestino, il re delle freddure… narrava l’epopea del mitico maresciallo Opezzo;  piena Guerra mondiale, fino al ’47.

Usciva in bicicletta dal Comando Carabinieri di via Garibaldi, poco dopo le 11 di sera, per fare una ronda di chiusura; cortile dopo cortile, osteria dopo osteria. Poi arrivava dal Profugo entrava e, con fare bonario: Oh ragazzi, mi raccomando. Fra mezz’ora a nanna, vero ?. Usciva, riprendeva la bici e finiva il giro.

Mezz’ora dopo, a saracinesca abbassata, il maresciallo entrava dal retro. Manco il tempo di togliersi la divisa da castigamatti del paese ed eccolo, confuso nel fumo d’ambiente, gomito a gomito con gente che mette a rischio la quindesàda (allora la paga veniva data ogni due settimane, a quindicina, appunto) a Chemin-de-fèr (Mi raccomando, Chemin si pronuncia come Piccolo scemo, scemén, appunto) in cambio di scariche di adrenalina..

Bene, nel ‘60 in quel Bar entra in scena il cav. Achille Valentini: il suo vecchio box singolo l’hanno buttato giù e lui coglie a volo l’opportunità per il salto di qualità.

L’Impareggiabile tabaccaio trasferisce cinquanta metri più in là la sua licenza: tra il Carozzi macellaio e ul Prestineròn (Il signor Corti aveva quello che si dice le physique dù rhole…).

Eccolo: Ul Tabacòn. Che diverrà la nostra seconda casa. Anche perché da qualche domenica, in oratorio hanno messo un gendarme a sorvegliare l’uscita.

Camicia e cravatta d’ordinanza; sbarbato la mattina e, incredibilmente, anche la sera, il solito mezzo sorriso, quanto basta,  il cav. Achille governa questo bar moderno con sobrietà da padrone di casa. Mai un gesto di troppo né un eccesso verbale, bastava uno sguardo. Di passare per simpatico non gli importava affatto. Amava il proprio mestiere e chi sapeva stare al proprio posto.

In quel bar non si entrava per caso; a gioco lungo diventò una scelta di campo. Chi non ha conosciuto il Tabacòn si è perso il prodigioso cinque sponde otto punti e imballo di Natale, la bricolla effettata di Luigino, il cappotto inverso a Gibilén ciappa no. La teoria edonista dell’Importante è non malarsi, accanto all’irresistibile ascesa di un Papa papà come Giovanni XXIII e altre mille essenze che stavano formando il nostro Dna di nuovi villasantesi. Il ’68 era lì a due passi…

Non ho mai avuto il coraggio di ringraziare il cav. Achille per le decine di salvataggi in extremis. Ora che è andato avanti, voglio pensare che abbia raggiunto tutti i suoi obiettivi terreni.

Flipper & Juke box

Cenato bene? Ottimamente, direi!. Ogni sera la stessa pantomima: il Carlo entrava e l’Adriano, sempre seduto allo stesso tavolo d’ingresso replicava, tenendo lo stecchino fra le labbra. T’é vést: anca ‘stasìra l’ha mangiàa la carna (Lo stecchino era una evidente dichiarazione di benessere), sottolineava compiaciuto  il Carlo. E via… la serata si srotolava così.

Ma da domenica, al bar c’era una new-entry; una specie di armadietto maron con vetrinetta sopra. Tutt’intorno, in adorante contemplazione, una mezza dozzina di Aspiranti di Azione cattolica come me, che non avevo mai visto  così assorti.

Da quell’armadietto d’angolo esce della musica: ed è quello che ha rapito i miei Aspiranti. Col senno di poi  ricordo Diana di Paul Anka: Oh Diana (pronuncia Daiana) solo tu mi conquisti sempre più….

 Voi scherzate, ma erano le nostre esistenze che mutavano dimensione…

Nell’altra sala, penombra. Solo due lucine intermittenti annunciano che il flipper va.

La fessura è lì, libera. Bastano cento lire; eccole.

Il Carlo posa delicatamente i polpastrelli sui fianchi, ai punti giusti: sfiora dolcemente la molla che fa scattare la prima pallina: Alè!

Il flipper si anima, si scalda. Il numeratore sale, va su di giri mentre il Carlo domina la sfera che precipita, la respinge, la trattiene. Poi la rilancia prontamente e l’accompagna con parole appena sussurrate, di velata sfida. Stimola il flipper dominandolo da quei due pulsanti in posizione strategica. D’un tratto blocca la sfera sul pattino: ha individuato qual è il pertugio più redditizio di punti, il più intimo. Lascia scivolare un istante la palla poi la infila di precisione nel passaggio più  nascosto  e lo coglie alla perfezione.

Il flipper si illumina di lampi, geme, lancia vibrazioni inaudite, pare accasciarsi, accusare il colpo mentre il numeratore impazzisce di cifre. Il Carlo agita il bacino quel tanto che basta, è un movimento pelvico, fin troppo allusivo.

E’ stato un lungo incontro che termina soltanto per sopraggiunto sfinimento.

Ed è il nuovo, imbattibile, record assoluto. Sigaretta e via.

Ora ci prova Freddy. Lui è più nevrile,  impulsivo, si agita; insulta la pallina colpendola con rabbia. Scuote il flipper, lo strattona e s’impunta. Tilt! Game over.

Abbiamo raccontato due partite a flipper: pardon, la prima era un’altra cosa.

5 Comments

  1. 😂😂😂 Bravo, mi sono divertita un sacco!!! Bello complimenti!!! Venni per la prima volta a Villasanta intorno al ’65, in bicicletta da Biassono. Per ragioni di salute il medico mi consigliò la bicicletta. I miei fecero dei sacrifici per comprarmi l’ultimo modello in voga, ” la graziella” . Così cominciai a scoprire cosa ci fosse al di là del Lambro. Premesso che scavalcando significava entrare geograficamente parlando, in un contesto completamente diverso. I due popoli, difficilmente si incontravano perché l’asse dei trasporti seguivano una retta perpendicolare. Ecco perché, arrivata quel giorno in Villasanta, mi misi a piangere dalla paura di essermi persa. Trovando poi un’anima pia che mi accompagnò fino a San Giorgio per recuperare la via del ritorno.
    Non avrei mai immaginato che di lì a quindici anni ci sarei tornata da sposa, trascorrendo nel rione Sant’Alessandro trentacinque anni della mia vita, fino al mio trasferimento in altro paese.
    Grazie per questi bellissimi ricordi.
    Adriana Belotti.

  2. Denise Gardini

    Aspetto con ansia le future puntate perché mi ci ritrovo su quelle vie e in quei cortili. A parte i tuoi amici che non conosco tutto il resto è condiviso. Anche la nostalgia per quegli anni lontani e il clima che si respirava. Bravo e grazie

  3. grazie franco i tuoi racconti sono molto coinvolgenti e emozionanti ti seguo sempre

  4. Buongiorno Sig. Franco, leggendo anche i commenti che seguono i suoi articoli, si nota molta soddisfazione, mi viene da suggerirLe di scrivere un libro di memorie. Sarebbe sicuramente apprezzato. Ci pensi!
    Con la massima considerazione.
    Adriana Belotti.

  5. Ciao FRANCO, mi hai fatto rivivere gli anni della gioventù, grazie mille, la portinaia si chiamava Luisa non Lucia, ci vorrebbe ancora per mettere un di pulizia e sicurezza, anch’io ti consiglio di scrivere un libro, andrebbe a ruba, sei un bravo scrittore, grazie ancora.

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