le mani sulla roccia

Noi sul Pilone

Questo scritto di Walter Bonatti risale al 1964 e fu pubblicato, unitamente alla prima edizione del libro di Andrea Oggioni: lo riproponiamo integralmente.


Rifugio Gamba, alba del 16 luglio 1961. Si apre la porta cigolante. Sulla soglia, contro il vivido grigiore dell’esterno, si stagliano scuri i profili di due uomini che si dirigono verso di me: fra i due non mi è difficile riconoscere l’amico Gaston Rebuffat. Subito mi abbraccia e dalle sue labbra escono parole che non scorderò più per tutta la vita: «Sii forte Walter, Oggioni è morto, lo stanno portando giù».

Mi sento soffocare.

Questo che sto per narrare, è l’ultimo capitolo della luminosa vita del caro Andrea, il resoconto più drammatico della mia esistenza.

Eravamo partiti il pomeriggio del 9 luglio: Andrea, Roberto Gallieni ed io, ancora una volta insieme. Meta era l’inviolato Pilone Centrale del Monte Bianco; già da me tentato  nel 1953 e con Andrea nel 1959, ma entrambe le volte senza fortuna. Avevamo certamente quell’intima paura che accompagna in tutte le scalate di una certa importanza, ma la nostra preparazione meticolosa ci dava fiducia. Andrea ed io eravamo da poco reduci dalla conquista dell’ardito Nevado Rondoy nel Perù, e soltanto tre giorni addietro, con Roberto, avevamo voluto fare insieme un ultimo collaudo raggiungendo la vetta del Monte Bianco per la via della Poire.

Nella serata del 9 luglio dunque, raggiungiamo il bivacco fisso della Fourche, ma qui ci attende un’importante sorpresa: quattro alpinisti sono già alloggiati per scalare, anch’essi, il Pilone. Pierre Mazeaud, Antoine Vieille, Robert Guillaume e Pierre Kohlman: quattro dei massimi esponenti del moderno alpinismo francese. Non è assolutamente nel nostro spirito di fare della competizione e così pare dei francesi; saremmo quindi ben disposti, seppure rincresciuti, a lasciare via libera a loro, giunti per primi, scegliendo come ripiego un altro obiettivo. Ma è qui che i francesi, oltre ad essere bravissimi alpinisti, si rivelano anche veri gentiluomini.

Ne consegue che a mezzanotte esatta partiamo tutti e sette verso il Pilone Centrale in perfetta collaborazione. Siamo disposti così: io in testa, Gallieni in mezzo e Andrea in coda, il compito è di aprire la via attraverso il colle Moore e la parete di 600 metri di ghiaccio che porta al colle Peuterey. Dietro, i quattro francesi guidati da Pierre Mazeaud. La scalata è difficile, ma risulta sicura e rapida. L’alba ci coglie quando ormai soltanto venti metri di parete ci separano dal colle. Qui, a circa 4.000 metri di quota, a cavallo tra i due versanti più orridi del Monte Bianco, Fresney e Brenva, mentre ci concediamo un po’ di riposo al caldo sole, riesaminiamo i materiali. Ora sono i francesi a passare in testa e prima di seguirli, mi calo con Andrea a metà dei Rochers Grubor per ricuperare un certo quantitativo di viveri e materiali abbandonati da me e Gallieni tempo addietro.

Il nostro carico diventa così eccessivo. Alle 9 di sera siamo nuovamente tutti riallacciati su due angusti terrazzini a circa 300 metri dall’attacco del Pilone, il punto massimo raggiunto con Andrea due anni prima. Il tempo è splendido: presto la temperatura scende sotto lo zero e il cielo è sereno. La giornata è stata attivissima, il risultato ci lusinga: in circa 24 ore siamo giunti dal rifugio Torino a due quinti del Pilone, che si eleva verticalmente per circa ottocento metri.

Trascorre la nostra prima notte di bivacco, gelida ma serena. Alle 3.30 di martedì le prime luci annunciano il nascere di un’altra alba luminosa. Come la sera innanzi ci prepariamo una tazza di the bollente: sarà l’ultima di tutta la nostra avventura di otto giorni. I francesi mi propongono di ritornare in testa. Accetto, e un’ora dopo proseguiamo in quest’ordine: io, Gallieni e Andrea la prima cordata; Kohlman e Mazeaud la seconda; Guillaume e Vieille la terza.

Ci arrampichiamo spediti e raggiungiamo la base della cuspide finale verso mezzogiorno, anziché alle due come previsto. Abbiamo notato delle nebbie vaganti sopra di noi, ma non ci preoccupiamo eccessivamente, data la quota che ormai abbiamo raggiunto: pensiamo di essere in cima prima di un’eventuale bufera. Invece, il temporale ci coglie in pieno mentre Mazeaud e Kohlman stanno iniziando la scalata della cuspide finale: rimangono solo ottanta metri di monolite strapiombante per uscire dal Pilone e giungere sulla crestina che conduce verso la vetta del Monte Bianco.

Ci raduniamo tutti sulle poche cenge esistenti in quel punto, mentre la tempesta di neve si scatena violenta: tuoni e lampi sfolgorano tutt’intorno, l’aria è satura di elettricità, il vento ci butta sul viso polvere di neve accecante. Siamo ad oltre 4.500 metri. Noi tre italiani  ci sistemiamo  su una  piccola  cengia; i francesi  stanno organizzandosi  in  due  gruppi  quando  all’improvviso  Kohlman viene sfiorato al volto da una folgore. Sotto la sferza di fuoco sta per accasciarsi: Mazeaud con un balzo lo afferra e riesce a sostenerlo. Kohlman  per  alcuni  minuti  rimane  come  paralizzato. Cerchiamo  della  coramina  e  Mazeaud  gliela  fa  trangugiare. Finalmente il francese si riprende e possiamo finire di sistemarci. La vetta del Bianco dista da noi non più di dodici ore di scalata. Oltre la cima, oltre la vittoria  sul Pilone,  ci attendono la capanna   Vallot, sicuro  rifugio, e  una   facile   discesa   verso Chamonix. Basterebbe una breve schiarita di mezza giornata per realizzare questo sogno, ma lassù, in vetta, non ci arriveremo mai. Comincia a imbrunire. Il temporale è sempre più violento.

Siamo chiusi dentro la tendina da bivacco e seguiamo la bufera soltanto attraverso l’intensità dei tuoni. Ora ci si solleva lo spirito sentendoli lontani, ora ci coglie l’angoscia quando abbiamo la sensazione che si concentrino intorno a noi. Attraverso il telo opaco della tendina ci abbagliano i fulmini. Siamo lì pieni di vita, ma assolutamente impotenti contro lo scatenarsi furioso degli elementi. Intorno a noi, assicurato agli stessi chiodi che ci sorreggono nel vuoto, sta appeso tutto il materiale alpinistico per la scalata: chiodi, ramponi e piccozze  non  potrebbero  diventare  miglior  esca  per  i  fulmini. Vorremmo buttarli via, ma come faremmo a scendere o a salire se ce ne privassimo? Nessuno parla: ognuno si concentra in se stesso. Proprio  mentre  pensiamo  per  l’ennesima  volta  che  siamo affidati al caso, sentiamo come una forza che ci vuol strappare le gambe. Siamo stati sfiorati tutti dalla folgore. Urliamo selvaggiamente. Siamo vivi, ma ormai sappiamo che la tempesta può incenerirci da un momento all’altro. Ci chiamiamo per accertarci che ci siamo tutti. Segue una pausa terrificante  di vuoto: sappiamo che essa prelude a una ulteriore concentrazione di elettricità, che inevitabilmente esploderà ancora su di noi.

Pochi minuti dopo si ripete in modo ancor più violento, sbalzandoci quasi dalla parete, l’urto già provato. Una voce fra le grida concitate mi giunge perfettamente chiara: «Dobbiamo fuggire!». Non mi rendo conto se sia Andrea o Gallieni. È la disperazione che fa pronunciare queste parole, ma rispecchia il nostro stato d’animo. Ho la sensazione netta che siamo perduti, credo sia un pensiero comune.

Miracolosamente il temporale sembra allontanarsi. Ora  si ode soltanto il picchiettare della neve gelata sul telo gommato che ci ricopre. Rimaniamo inerti, apatici: non guardiamo neanche fuori, e fuori è già buio. Nessuno parla, non mangiamo, rimaniamo indifferenti a tutto quello che succede. La neve che cade, che pure è una cosa gravissima, ci dà quasi sollievo: ci siamo salvati dai fulmini e siamo vivi.

L’assoluta immobilità e la lunga permanenza nella tendina ci fanno mancare il respiro. Laceriamo una parte del telo per respirare avidamente. La nostra tenda è ormai sepolta nella neve e il calore dei nostri corpi ha creato nel suo interno gocce di umidità, che con gli sbalzi di temperatura si trasformano, ora in acqua, ora in cristalli di ghiaccio.

Non voglio guardare l’orologio per non essere sorpreso dal lento ·trascorrere del tempo. Non si parla fra noi, si sentono soltanto dei lamenti dovuti  ora alla  scomodità della posizione, ora al freddo, ora al senso di soffocamento che ci tormenta. Dei francesi non sappiamo nulla, ma gli stessi lamenti ci giungono ogni tanto dal loro bivacco. Passa tutta la notte e un chiarore lattiginoso annuncia l’alba del mercoledì. Soltanto allora ci sporgiamo dalla tenda e restiamo colpiti dalla quantità di neve caduta nella notte. I francesi accanto a noi sono addirittura sprofondati in essa. Kohlman, sul terrazzino più sotto, si è già rizzato in piedi ed appare come una macchia scura contro l’orizzonte incandescente, che pare annunciare una giornata splendida. Ci invade una sensazione di felicità: l’enorme quantità di neve caduta, il gelo terribile sono forieri di buon tempo. In breve ci troviamo tutti fuori dai nostri giacigli, pronti a partire per l’ultimo tratto. Smontiamo la tendina, ma, mentre stiamo mettendola via, improvvisamente non so ancora adesso da dove siano spuntate queste nebbie ci troviamo avvolti nella bufera. Il vento fortissimo fa turbinare tutta la coltre di neve fresca, non ci rendiamo conto se stia nevicando o se sia soltanto opera del vento. Ci infiliamo nuovamente nel nostro telo, e così fanno i francesi.

Nella schiarita di poco prima avevo scorto che la neve era caduta fino a bassa quota. Non potevamo credere che, dopo tanto nevicare, potesse ancora ritornare la tormenta.

I francesi mi chiedono cosa intendo fare.

Rispondo di attendere, sempre nella speranza di poter arrivare in vetta, la via più breve per la salvezza. Viveri ed equipaggiamento non ci mancano, possiamo star fermi. In questa stagione il maltempo non può durare tanto a lungo e l’idea di una discesa così pericolosa e complessa in mezzo alla tormenta ci spaventa, considerando che in mezza giornata possiamo uscire dall’alto. Mazeaud,  che  più  d’ogni  altro  gode  ascendente  sui  suoi compagni, scambia poche parole con me e mi propone di partire noi due assieme non appena una schiarita lo consenta. Il nostro compito sarebbe quello di attrezzare con chiodi e corde gli ultimi ottanta metri strapiombanti, per poi far salire gli altri cinque compagni.  Restiamo  d’accordo così, ma la schiarita non  verrà mai. Mangiamo un po’ di prosciutto, un po’ di arrosto e marmellata, ma non riusciamo  a bere niente perché  nella  tormenta  è impossibile accendere il fuoco per preparare il the con la neve.

Continua a nevicare, le ore sono sempre uguali. Tra i tanti pensieri che si accavallano nella mia mente cerco di ricordare altri momenti, simili a questo, in cui il maltempo mi ha bloccato in montagna. Ricordo che mai la bufera è durata più di un giorno o due. Perciò dico a me stesso: «Un giorno è già passato, la bufera non può durare più di altre ventiquattro ore. Si tratta solo di far passare quest’altra giornata, poi finalmente ci muoveremo».

La permanenza in questa scomodissima posizione, rannicchiati l’uno addosso all’altro, in uno spazio che potrebbe contenere a malapena una persona, si fa sempre più insopportabile. Non si può alzare il capo, non ci si può piegare su un fianco, nella costante inclinazione la spina dorsale pare spezzarsi. In queste condizioni è facile cadere in preda al nervosismo. Ci sono dei momenti in cui si vorrebbe strappare l’involucro che ci imprigiona, ma guai se lo facessimo! Andrea, Gallieni ed io parliamo: parliamo di tutto, ricordi, progetti, speranze, amicizie, cose liete, cose brutte, pur di ingannare il tempo e di distrarci.

Andrea mi dice: «Ti ricordi in Perù quando si diceva: “Verrà il giorno che ci troveremo sul Pilone“». Me lo dice in senso ironico, perché allora pensavamo che sulle montagne di casa nostra tutto sarebbe stato meno problematico, mentre ora ci troviamo nelle medesime condizioni del Rondoy, che abbiamo dovuto superare in mezzo alla tormenta, per due giorni e due notti senza alcun riparo. Gallieni è l’uomo delle vitamine: dà a tutti pastiglie, specialmente di vitamina C e vitamina A, per sopperire alla carenza di alimentazione. Ne dà anche ai francesi per mezzo di una rudimentale teleferica che abbiamo costruito con le corde, e vi aggiunge dei viveri. I quattro ne sono un po’ a corto.

Ci coglie la necessità di orinare. È impossibile uscire dalla tendina. Proponiamo a Gallieni di sacrificare il suo casco di plastica privo di fodere e lo adoperiamo a turno. È una cosa paurosa: dobbiamo contorcerci, tenerci l’un l’altro per non precipitare. Nell’operazione impieghiamo mezz’ora; abbiamo le gambe nel vuoto, i vestiti ci ostacolano.

Quando tutto è terminato è mercoledì sera. Continua a nevicare sempre più forte. Dall’interno della tenda chiedo a Gallieni, che è verso il bordo: «Da che parte tira il vento?». Mi risponde:

«Sempre da Ovest». Questo vuol dire bufera. Mazeaud, pieno di vitalità ed iniziative, mi grida: «Non appena fa bello, andiamo su io e te. Se pensi che sia meglio uscire a sinistra, tenteremo senz’altro da quella parte». Andrea, che non sa il francese, mi domanda cosa ha detto. Glielo spiego e lui è d’accordo. Lo rallegra l’idea che andremo via. Mazeaud mi chiede ancora: «Ritieni possibile di tentare l’uscita verso l’alto anche con il tempo non eccessivamente bello?». Lui sa che dalla vetta del Bianco saprei discendere con qualunque tempo, com’è già avvenuto in altre circostanze. Rispondo  di sì, ma  che bisogna attendere ancora un’altra notte, perché in cuor mio mi sento quasi certo che domani la bufera terminerà.

Il nostro respiro si trasforma nella tenda in vapore acqueo e siamo tutti fradici. Penso con terrore cosa potrà succederci quando sopraggiungerà il gelo intenso che precede il bel tempo: mi auguro di sapere o sopportare. Dedicheremo qualche ora a riscaldarci al sole prima di iniziare l’ultimo balzo. Non si riesce a dormire. La notte ci coglie quasi di sorpresa. Siamo nervosi. Gallieni incomincia a parlare dei suoi figlioletti. Io sono col pensiero tremila metri più in basso, nell’intimità di casa mia, con i miei affetti. Andrea parla di Portofino; non c’è mai stato e dice: «Noi alpinisti siamo proprio dei disgraziati … con tutte le cose belle che ci sono al mondo, veniamo a cacciarci in queste situazioni …». Gallieni dice: «E pensare che a Milano Marittima ho una casa accogliente e un mare così semplice: ti butti nell’acqua calda e non hai neanche il disturbo di dover nuotare perché l’acqua è bassa. Puoi camminare per chilometri e chilometri…». Andrea maschera la sua preoccupazione con frasi scherzose: è il più tranquillo all’apparenza. Sono certo che, con me, è l’unico a rendersi veramente conto che siamo in un momento disperato.

Passa la notte tra il mercoledì e il giovedì. In mattinata Mazeaud entra nella nostra tenda, perché il telo di plastica che ricopriva  i loro sacchi da bivacco si è rotto sotto la sferza del vento. Con mille contorcimenti riusciamo a sistemarci e passiamo la giornata. Cerchiamo di farci coraggio e ci diciamo che domani, venerdì, sarà bello, ma non ne siamo molto convinti. Nel mio intimo studio già il metodo più sicuro per calarci lungo la via di salita: per me la vetta del Pilone è ormai irraggiungibile. Non lo dico ai compagni per non gettarli nella disperazione.

Abbiamo una sete tremenda, che dobbiamo spegnere mangiando neve. Ne facciamo delle pallottoline, che rosicchiamo continuamente. Pensiamo alla bellezza di un rubinetto a casa che si apre e dà tutta l’acqua che vogliamo. È paradossale che fra tanta neve ci si debba sentire bruciare dalla sete. E col gelo della neve la bocca arde e si piaga.

Così passa la giornata di giovedì e giunge la notte. Durante quelle lunghe ore di buio Andrea ed io, che siamo i più appartati, soffriamo particolarmente la mancanza d’aria. A lui solo confido la mia intenzione di scendere a ogni costo. Lui accetta, ma ne è spaventato. Passa anche la notte di giovedì. Avevo messo la sveglia sulle 3.30. A quell’ora, infatti, sentito il trillo del mio orologio da polso, grido a tutti: «Bisogna discendere a ogni costo. Non possiamo rimanere oltre, altrimenti sarebbe troppo tardi, ci mancherebbero le forze».

Sta sorgendo l’alba di venerdì e la bufera continua ininterrottamente da oltre sessanta ore. Non si vede niente. Nebbia e neve si confondono e formano un muro impenetrabile.

Smontiamo tutto e abbandoniamo un po’ di materiale. Io sono senza piccozza, che un compagno ha fatto precipitare per errore il primo giorno.

Cominciamo la discesa a corda doppia. Abbiamo deciso che io devo aprire la cordata attrezzando le calate. Dietro di me ver­ ranno tutti gli altri: Mazeaud, col compito di aiutare chi ne avrà bisogno, poi gli altri e infine Andrea, il quale, forte della sua esperienza, chiuderà la cordata recuperando le corde.

Alle 6 esatte mi calo nel vuoto grigio e tempestoso, quasi alla cieca, senza sapere dove giungerò. Mi sembra di essere in un mare in burrasca. I vortici di neve mi danno la sensazione del capogiro. Devo badare a ogni particolare e cercare di riconoscere ogni piega della roccia per orientarmi. La manovra è lunghissima, e ancor più l’attesa che dall’alto mi facciano pervenire il materiale per la successiva calata. A volte restiamo ammucchiati, incollati a un chiodo in quattro o cinque, sospesi nel vuoto.

Le calate si susseguono con ritmo penoso, però ci avvicinano sempre più alla base del Pilone. Siamo fradici e gelati. Sentendo il soffio sordo di alcune slavine comprendo di essere al termine del Pilone, ma è ormai pomeriggio avanzato. Per stanotte non ci rimarrà che preparare un bivacco sul colle di Peuterey, che forma la base del Pilone. Mettiamo piede sul pianoro, ma la neve sul colle è straordinariamente alta: alle volte arriva fino al petto. Per un poco mando in testa Mazeaud, seguito da tutti gli altri compagni. Io sto fermo per dare la direzione. A un certo momento il gruppo pare arenarsi in un banco di neve altissima. Li raggiungo. Passo in testa, e mi dirigo, per istinto, verso il luogo dove penso opportuno bivaccare. Pur non vedendolo, sento di averlo come fotografato nella mente. Dietro di me è Andrea col quale discuto sulla opportunità di scegliere quale protezione un crepaccio piuttosto che costruire un igloo, perché la neve è inconsistente. Questo non per noi, che disponiamo della tendina da bivacco, ma per i quattro francesi che ne sono sprovvisti. Decidiamo per il crepaccio e lo diciamo ai francesi, i quali accettano il nostro consiglio.

Prima che scenda la notte dal venerdì al sabato, dopo dodici ore di calata a corda doppia, siamo tutti sistemati per il bivacco. Fra tutti il più provato appare Kohlman. Lo sistemiamo nella nostra tendina. Guillaume, con quanto rimane di una sua bomboletta di gas liquido, gli prepara del the caldo e glielo dà. Fa un freddo atroce. Il vento soffia costantemente e fa turbinare la neve: questa è la peggior notte fra tutte. Dividiamo tra tutti i viveri rimasti: prugne secche, cioccolato, zucchero e un po’ di carne ormai gelata. Andrea rifiuta la carne e preferisce la marmellata. Tutti gli altri, invece, la mangiucchiano Kohlman mi mostra le dita delle mani: sono livide. Ritengo opportuno che se le massaggi con l’alcool da ardere, che è rimasto quasi intatto. Gli passo la borraccia dell’alcool: se la porta alla bocca e comincia a trangugiarlo. È un gesto inconsulto, ma penso abbia scambiato l’alcool per un liquore. Gli strappo la borraccia: sarà riuscito a bere un paio di sorsi. Siamo già agli inizi della pazzia?

C’è buio pesto, il nostro bivacco è un inferno: tutti si lamentano, hanno brividi di freddo, il vento urla, la neve cade sempre più fitta. Dobbiamo scrollare ogni tanto la tendina altrimenti ci opprimerebbe col suo peso. Tento di accendere il fornello ad alcool, ma, sempre per la  mancanza d’aria, devo desistere,  e, come nei giorni scorsi, dobbiamo limitarci a mangiare neve per dissetarci.  Siamo disperati,  ma nessuno parla. Andrea  mi dice:

«Facciamo una promessa: se veniamo fuori da questa avventura, dimentichiamoci che esiste il Pilone». Gli dico di sì.

La notte passa così, lentissima, in mezzo alla disperazione. Alla stessa ora del giorno precedente, le 3.30 del sabato, al suono della  mia  sveglietta  ci  alziamo  da  quell’incomodo   giaciglio. Vogliamo  guadagnare  tempo  e  toglierci  da  quella  spaventosa situazione, che sembra non avere più fine. Nella notte sono caduti altri sessanta centimetri di neve fresca. Partiamo in mezzo alla tormenta: tutti sembrano aver sopportato bene il quarto terribile bivacco. Ormai non è neanche più necessario che mi consigli con i compagni: tutti si affidano a me e io mi sento addosso il grave peso della guida che, oltre il cliente, dovrà ricondurre tutti verso la  salvezza  attraverso  l’unica  via  possibile,  i  pericolosissimi Rochers  Gruber.  Dobbiamo  arrivare  alla  capanna  Gamba,  la nostra meta, entro la sera, altrimenti è quasi certa la fine per tutti.

Prima di partire, Robert Guillaume fa un’iniezione  di coramina a Kohlman. Io, intanto, seguito subito da Andrea e da Gallieni, incomincio ad aprirmi un cunicolo nella neve altissima, in direzione della via prescelta per la discesa. Siamo legati in un’unica cordata, in quest’ordine: io, Andrea, Gallieni, Mazeaud, Kohlman, Vieille e Guillaume. La parete nevosa che precede i Rochers Gruber è spaventosamente carica di neve fresca, che potrebbe trasformarsi in slavina da un momento all’altro. Invito i compagni a raggiungermi rapidamente e a mettersi al riparo in modo che mi possano trattenere con la corda se una slavina mi coglie e mi trascina giù mentre taglio il canalone per raggiungere i Rochers Gruber. Ci riesco. Chiamo gli altri che passino ad uno ad uno, ma quando è il turno di Vieille questi non ce la fa.

Cade e si rialza continuamente, dando segni di sfinimento. Guillaume gli è accanto e lo spinge, gli toglie il sacco che abbandona sul pendio, ma Vieille sembra assente ai nostri appelli.

Un’ora dopo, e soltanto trenta metri più sotto, Vieille muore lentamente. Ancoriamo alle rocce il corpo del povero compagno, dopo averlo avvolto nella tendina  da bivacco, e tutti col cuore gonfio, pur senza un lamento, riprendiamo  le calate. Intanto ha ricominciato  a nevicare.

Approfittando  del  momento  in  cui  ci  troviamo  tutti  sei agganciati al medesimo chiodo, raccomando la massima celerità per tutte le operazioni che seguiranno, se non vogliamo far la fine di Vieille. Andrea, come sempre, è il mio braccio destro e chiude il gruppo. Porta lo zaino carico come me, Mazeaud e Guillaume. Gallieni, il cui zaino è stato ancorato con le cose superflue al chiodo che sostiene il corpo di Vieille, porta a turno quello dei compagni. Mazeaud, il più forte e autoritario dei francesi, ha il compito di incitare i suoi amici.

Non è trascorsa un’ora che ci giungono delle voci.

Io mi sono calato in basso e al momento penso siano i miei compagni più sopra. Presto, invece, mi convinco che qualcuno sta cercandoci dal ghiacciaio più sotto. Rispondo con altre grida e invito i miei compagni a urlare tutti insieme, affinché ci possano sentire. Dai richiami che vengono dal basso comprendo che vogliono comunicarmi qualcosa, ma la bufera non mi permette di capire. A mia volta ho la certezza che dal basso non riescano a comprendere ciò che io chiedo, ossia: dove essi sono e se ci odono. Andiamo avanti con lo spirito più sollevato.

Fino presso il termine dei Rochers Gruber non succede niente, ma qui, mentre sto cercando di piantare un ennesimo chiodo per  l’ultima  calata  a  corda  doppia,  Andrea,  improvvisamente accusa l’inizio di quella crisi che gli sarà fatale: un grido soffocato dietro le mie spalle mi fa voltare di scatto e giungo miracolosamente in tempo ad abbrancarlo mentre sta scivolando inerte lungo gli ultimi metri della corda doppia. Già da alcune calate avevo notato che Andrea mi seguiva subito appresso, quasi estraneo alle operazioni di discesa. Povero Andrea, ora che, per la prima volta, da quando abbiamo incominciato la ritirata, lo osservo attentamente da vicino, scopro tutta la sua sofferenza. È teso in volto come se accennasse a un involontario sorriso, tipico di chi sta resistendo solo per forza di volontà. Vorrei interrogarlo, incoraggiarlo, ma che può dire chi è nelle sue stesse condizioni? Ci limitiamo a guardarci a lungo, desolati.

L’ultimo scivolo ghiacciato e il salto del relativo crepaccio terminale viene superato con una lunga corda fissa che io tengo saldamente a spalle durante la calata di tutti i compagni. Quando raggiungiamo il termine dei Rochers Gruber, verso le 15.30, calcolo che da ieri mattina, quando abbiamo iniziato la calata, fino a questo momento abbiamo compiuto almeno cinquanta discese a corda doppia.

Una breve schiarita ci lascia vedere tutta la superficie del caotico ghiacciaio Freney. Quanta neve è caduta! Ma nessuna traccia la solca, ciò significa che non vi è passata alcuna squadra di soccorso.

Da dove provenivano le voci? Non vediamo nessuno e ripiombiamo nella più nera disperazione. Forse per noi tutto è finito. Eravamo convinti che le voci provenissero dalla base dei Rochers Gruber e questa idea ci aveva dato la forza di superare le terribili difficoltà e i pericoli di questo difficilissimo passaggio. Siamo invece soli, alla base dei Rochers Gruber, e abbiamo davanti a noi ancora tutta la strada piena di incognite fino al rifugio Gamba.

Comincia la lenta e penosa discesa del ghiacciaio. Ci rifiutiamo di accettare la sorte avversa. La neve continua ad essere altissima. Neppure nelle scalate invernali ricordo di averne incontrata tanta. Ciò che lasciamo dietro di noi non è una pista, ma un cunicolo. Fortunatamente le nebbie si vanno alzando, la visibilità migliora gradatamente. Ciò mi permette di entrare sicuro nel dedalo dei crepacci che porta verso il colle dell’Innominata, ultima asperrima difficoltà sulla via della salvezza. Ma la neve profonda ci rallenta talmente il cammino che disperiamo di arrivare ancora con la luce alla base del colle.

Mi sento morire dalla fatica, dal dolore fisico, dal gelo, ma rifiuto di lasciarmi andare.

La fila si allunga. Andrea si accascia ogni pochi passi, stremato dallo sforzo. È senza zaino, che ha passato a Gallieni. È a volte ultimo, a volte penultimo. Siamo legati gli uni agli altri, ma andiamo avanti senza badare a niente, brancolando sul ghiacciaio disordinatamente, ubriachi di fatica. Mi rendo conto che difficilmente in quelle condizioni riusciremo a giungere con la luce del giorno alla base del colle dell’Innominata. Gallieni, subito dietro di me, appare il meno provato. Decido di slegarmi con lui dal gruppo e di precedere i compagni il più rapidamente possibile, per attrezzare il canalino ghiacciato dell’Innominata: altrimenti i compagni, in quelle condizioni, non potranno mai salire, e l’operazione dell’attrezzatura va compiuta prima di notte.

I compagni seguono le nostre tracce in quest’ordine: Mazeaud, Kohlman, Andrea, Guillaume. Intanto attacco le terribili difficoltà di ghiaccio che incrostano il canalino dell’Innominata. Fra mezz’ora sarà notte fonda e ancora sto lottando per guadagnare il colle. Quando i compagni ci raggiungono formiamo nuovamente una sola cordata: io, Gallieni, Andrea, Mazeaud e Kohlman. Guillaume non è arrivato. La nostra unica possibilità è di raggiungere, finché ci rimane un po’ di forza, le squadre di soccorso. Solo loro potranno tentare di salvare chi resta indietro.

Raggiungo il colle dell’Innominata che è buio pesto. È sabato sera, sono oltre le ventuno e siamo fuori da sei giorni. Riprende a cadere il nevischio e da occidente ci arrivano i bagliori di un temporale che si sta avvicinando. Non ho la possibilità di fissare alcun chiodo per ancorare la corda che sorregge i miei quattro compagni. Sostengo la corda a spalle. Invoco i compagni di far presto. L’operazione, invece, è lunghissima, disperata. Gli ordini si accavallano con i lamenti di dolore e di disperazione. Dietro Gallieni, Andrea sembra incapace di reggersi alla roccia. Gallieni cerca di aiutarlo in ogni modo, sorretto a sua volta dalla corda che tengo con le mie spalle. I due francesi sono giù in fondo che gridano e smaniano.

È il caos. Passano tre ore e siamo sempre allo stesso punto. Non posso muovermi, ogni tanto la corda mi dà degli strappi e per poco non mi butta nel vuoto. Il dolore della corda e del freddo mi fa quasi venir meno. Se crollo è la fine per tutti. In queste tre ore Andrea non è riuscito a muoversi dal punto in cui era arrivato. Ogni  incitamento sembra vano. Andrea risponde con un lamento ogni tanto: è come in trance. È agganciato con un moschettone al chiodo: dovrebbe staccarsene e lasciarmi campo libero di tirarlo su. Ma non ha la forza di farlo, e forse è già così stremato che non riesce neanche a connettere. Vorrei calarmi fino a lui, ma mi è impossibile, dovendo reggere saldamente a spalle la corda che lo sostiene assieme a Gallieni.

Alla fine, non potendo far altro, Gallieni  si assicura che Oggioni sia ben fissato al chiodo, slega la corda che lo unisce a lui e ai francesi per raggiungermi e potersi calare rapidamente con me verso le squadre di soccorso. Andrea rimane legato con una corda al forte Mazeaud, cui gridiamo di attendere e di badare ai compagni che tra poco saranno soccorsi.

Mentre compiamo questa operazione vediamo Kohlman che nel buio brancola lungo le corde sulla parete ghiacciata, slegato. Viene verso di noi e supera, con la forza della disperazione che rasenta la pazzia, Mazeaud, Andrea e Gallieni. Gallieni, intuendo la sua follia, riesce ad afferrarlo e ad agganciarlo alla corda. In breve ci troviamo tutti e tre sul colle dell’Innominata. Kohlman ci dice che ha fame e sete, e poi soggiunge: «Dov’è il rifugio Gamba?». È completamente fuori di senno, ma non possiamo abbandonarlo.

Lo leghiamo in mezzo. Inizia a calare per primo Gallieni, seguito da Kohlman, il quale pare aver dimenticato ogni misura di prudenza.  Il pendio è ripidissimo, difficile, ghiacciato. Per i primi cinquanta metri ci lasciamo scivolare lungo una corda fissa (come sapremo in seguito venne lasciata da due alpinisti americani), poi proseguiamo con i soli nostri mezzi. Ma Kohlman diventa sempre più pericoloso. Si lascia scivolare sul dorso, completamente appeso alla corda, senza adoperare i ramponi. Al termine della corda continua ancora a rimanervi appeso e io lo devo reggere, mettendomi nell’impossibilità di raggiungerlo. Quando finalmente la corda si alleggerisce, perché lui si è attaccato a qualche parete, uno strappo improvviso mi dice che si è staccato di nuovo, con il rischio di farci precipitare tutti.

Non servono incitamenti né insulti a scuoterlo. Pronuncia frasi sconnesse, gesticola, infine ci assale furente. Quattrocento metri prima di giungere al rifugio Gamba, in luogo ormai sicuro, siamo costretti a dividerci dal povero compagno ormai completamente impazzito, al fine di non perdere più neanche un minuto. Pensavamo di riuscire a calarci in un’ora: con l’incidente di Kohlman invece ne sono già passate tre.

Come dei relitti, brancolando quasi carponi nella oscurità assoluta e impastati di neve, raggiungiamo finalmente il rifugio Gamba. Sono riuscito ad arrivarvi soltanto perché conosco questa zona come casa mia. Giriamo intorno al rifugio battendo con le mani alle finestre. Giungiamo alla porta d’ingresso mentre si odono dei passi all’interno e una mano alza il chiavistello. La porta si spalanca: ci appare l’interno del rifugio a malapena illuminato da un piccolo lume. Pieno di gente che dorme. Scavalco alcuni corpi senza riconoscere nessuno. A un tratto uno scatta in piedi e grida: «Walter, sei tu?». Allora è tutto un accorrere di gente, ci troviamo soffocati dagli abbracci.

Grido: «Fate presto! Ce n’è uno qui fuori! Gli altri sono sul canalino dell’Innominata! Fate presto!». Sono le tre della notte sulla domenica. La tormenta non cessa un attimo. Mi sdraio sul tavolo al centro del rifugio. Ci tolgono dai piedi i ramponi gelati, ci spogliano, ci mettono indumenti asciutti, ci danno bevande calde.

Cado in un profondo sopore. Quando mi sveglio sono passate circa tre ore. I corpi dei miei compagni sono stati raccolti ad uno ad uno, meno Vieille. Ancora mi riecheggiano nei timpani le parole di Rebuffat: «Sii forte Walter, Oggioni è morto». Pochi minuti dopo entra il caro Mazeaud, il solo che hanno trovato vivo. Mi abbraccia e piange con me.

Da quel terribile giorno sono passati degli anni. Ma nel pianto, nel ricordo, nel grande vuoto che Andrea ha lasciato intorno a me, è come se il tempo si fosse fermato.

Walter Bonatti


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