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Il ritorno del cestino

Anche nelle scuole di Villasanta, da qualche settimana, alcuni alunni del tempo pieno – elementari e medie – non usufruiscono del servizio mensa ma portano da casa il proprio pasto secondo la modalità che il linguaggio normativo definisce autorefezione.

Tale possibilità, dopo una lunga e complessa gestazione, è stata resa possibile da una sentenza del TAR Lombardia (n.7640 del 2/12/2020) che nel merito ha deliberato: la richiesta di consumare individualmente il proprio pasto deve considerarsi ammissibile in linea di principio e può essere accolta, seppure secondo modalità che favoriscano la socializzazione degli alunni, ma soprattutto azzerino i rischi in materia di salute e sicurezza.

Non è certo superfluo sottolineare come le indicazioni espresse dal TAR debbano, in questa fase, fare i conti con le non semplici condizioni imposte dalle procedure anti Covid che inevitabilmente portano a dover contestualizzare, si direbbe caso per caso, la loro corretta applicazione.

A fronte di ciò, tutte le scuole hanno recepito tale indicazione e – laddove gli spazi lo consentono – riservato alcuni tavoli per i bambini e i ragazzi che portano il loro pranzo; anche Villasanta lo ha fatto e ora un gruppetto mangia in uno spazio riservato e separato dalla maggior parte dei compagni che continuano ad utilizzare il normale servizio mensa.

La novità è fortemente sostenuta, in paese, da un gruppo di genitori che si qualifica come Tempo Mensa 2.0 e ha intrapreso una campagna di divulgazione “culturale” dei principi e dei valori dell’autorefezione con interventi sulla stampa locale.

 Il tema è rimbalzato anche sui banchi del Consiglio Comunale con una interrogazione alla Giunta del consigliere Casiraghi, che ha chiesto di ricevere informazioni al riguardo.

Al di là della cronaca, ciò che ha colpito la redazione de Il Punto non è tanto il fatto in sé – ormai previsto dalla normativa anche se ancora in fase di rodaggio – ma l’idea che tornare al cestino sia un passo in avanti, un elemento di libertà, di progresso per … tagliare una voce di costo, incentivare l’autonomia dei propri figli, mettere in risalto la diversità dei menù possibili… come è stato scritto in una lettera aperta.

Sulla voce di costo, è facile obiettare che un pasto completo, variato di giorno in giorno,  nutrizionalmente bilanciato e con diverse possibilità di diete personalizzate, vale pienamente gli euro che costa (2,30 / 4,80 euro a seconda delle fasce ISEE di appartenenza); sull’autonomia abbiamo qualche dubbio che possa passare dalla diversità di quel si mangia e non dalla formazione della personalità e dall’acquisizione della capacità di giudizio, che gli studenti maturano nel confronto e nell’interazione con i compagni, favorite da  un momento di maggiore libertà  e confidenza quale è la pausa mensa.

Il tempo mensa è un tempo didattico e formativo a tutti gli effetti, e questo vale per gli studenti ma anche per gli stessi insegnanti.  Come tutti gli ambiti educativi deve potersi sviluppare in un clima di uguaglianza, convinti che non possa esistere nessuna valorizzazione delle differenze e delle individualità senza la difesa di una sostanziale equità.   

Dall’inizio della pandemia e per tutto il 2020, sono state ben 300 le famiglie che hanno chiesto e ottenuto dal Comune il beneficio dei buoni spesa e un nuovo bando è tuttora aperto e arrivano nuove domande.

A queste si aggiungono altre fasce di precarietà che, pur senza raggiungere i requisiti per il buono, hanno dovuto tagliare le spese per arrivare a fine mese. In tutti i supermercati troneggia tristemente, a fianco delle casse, il carello della spesa sospesa.

Ci viene dunque naturale chiederci: ma nell’autorefezione fra il bambino della famiglia che deve tagliare una voce di costo e porterà un pasto al risparmio, di valore nutrizionale non garantito e il suo compagno che potrà presentarsi con quel che più gli piace ci sarà parità e solidarietà oppure una nuova, odiosa differenziazione sociale ?

Chi scrive ha frequentato le scuole negli anni ‘60/’70 quando l’ascensore sociale funzionava a dovere e anche i figli degli operai potevano salire fino al piano nobile della cultura e proprio lì, al ginnasio, ha trovato una illuminata quanto capace professoressa di Lettere che ha imposto il grembiule nero a tutte le ragazze per annullare le differenze di abbigliamento fra ricche e non.

E’ stata una limitazione della libertà? In quel momento l’abbiamo pensato: eravamo le uniche. Ma è stata soprattutto una grande e convinta affermazione del principio e del valore della parità di tutti gli studenti dentro la scuola come luogo dell’istruzione e dell’educazione alla vita.

Ora che l’ascensore sociale è fuori uso e nessuno sa come e quando potrà ripartire – naturalmente noi ci auguriamo che il PNRR possa dargli una smossa – serve di più ricercare artificiosamente le differenze o riaffermare solidarietà e pari opportunità a partire dall’alimentazione come bene primario?

Per chiudere, un’ultima curiosità: ma perché fermarsi al tempo mensa 2.0 e segnare già un forte ritardo in partenza? Ormai la transizione è arrivata al 4.0. Non sarà una svista, di quelle che una volta venivano definite freudiane, che smaschera quanto tale idea sia già fuori tempo e fuori luogo?

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