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“Mancava un quei om a fa tutt oman”

Non si può che partire dal Donato, ovviamente. Donato Piazza era un po’ il fratellino del Domenico e aveva stabilito proprio lì al chiosco il punto d’incontro con Giorgio Albani e Fiorenzo Magni che arrivavano da Monza per allenarsi sui colli brianzoli.

Ovvio, i tre corridori partivano freschi e già mangiati ma la fame in Donato era un istinto indomabile e ormai la carriera, a quel punto, aveva già dato:  “Se avessi posseduto la macchina muscolare del Donato avrei vinto qualunque corsa. Sul passo lui riesce a staccarti da ruota. Pazzesco.”  rimpiangeva il Fiorenzo che, quanto a sagacia e accortezza tattica era leader assoluto in quegli anni. Ma andò così; carriere diverse, diversi destini.

Il  giorno dopo il chiosco non c’era più. Dico quella baracca in legno che stava  in piazza Daelli, lato scuola Notari, a ridosso della Ghiringhella che scivolava via ancora alla luce del sole. Si era spostato dalla parte opposta della piazza, esattamente dove oggi c’è l’edicola.

Stavolta era in muratura, il chiosco, con un balconcino stretto stretto a strapiombo su quel crocicchio di rogge che si accavallavano lì pochi metri prima di precipitare nel “funbiòn”, una  di vasca di raccolta delle acque di Molgorana e Gallarana. Uno spettacolo della natura che ti catturava lo sguardo e donava a quel luogo un sottofondo scrosciante.

Domenico Radaelli nel bel mezzo dei giocatori e dei tifosi del “Chiosco Domenico”, formazione che si è aggiudicata  il Torneo serale dei bar, all’oratorio maschile, nell’estate del 1958

Lunghe ore di quelle nostre estati passavano da lì. Affreschi di ozi creativi, progetti velleitari, desideri irrisolti per non parlar dei sogni. Sullo sfondo una complicità fra maschietti che in qualche caso resiste ancora, oltre al motivo essenziale d’esser lì: il gelato. Quello del Domenico non era artigianale, di più, era casalingo. Te lo faceva sul posto, in tempo reale sotto i tuoi occhi, dentro quella pentola d’acciaio che girava su se stessa e che lui sapeva governare con gestualità da prestigiatore. Ne uscivano sapori fantastici, creme morbide che può immaginare solo chi le ha assaggiate. Limone, panna, latte, cioccolato, la genuinità era fuori discussione. Un cono “normale” 30 lire (poco più di un cent. di Euro), quello “super” 50 lire. E venivano dalla Brianza per leccarlo.

Non parliamo dell’alternativa granita! Il Domenico faceva arrivare i pani di ghiaccio (dei pesanti lastroni molto spessi e lunghi più di un metro) direttamente dalla ghiacciaia di Monza. Li collocava in un contenitore refrigerato e alè…quando gli ordinavi una granita lui impugnava una specie di pialla in acciaio e grattugiava la lastra fino a ottenere una certa quantità di graniglia con la quale riempiva il bicchiere. Poi stava a te…Orzata? Limone? Tamarindo? Menta?; andava giù come il rosolio e ti regalava sensazioni di benessere..

Anche qui, versione “premium”: granita al gelato. Quella all’amarena era la morte sua, un bijou per ricchi, ciumbia costava 80 lire, tanta roba. Un velluto.

Arrivò il juke-box e il Domenico lo piazzò proprio lì sul balconcino. Una canzone 50 lire; tre 100 lire. Gettonatissimi Neil Sedaka, Adamo, Celentano, Bobby Solo, perché i Beatles e tutta la “Swinging London” non l’avevano ancora importata. Ma quando irromperanno quelle nuove sonorità , dio santo cambierà il mondo: non si capiva una parola ma le vibrazioni ti passavano da parte a parte. Attimi di esistenza che ti si stampavano nella mente e affioravano ancora decenni dopo, quando ti assalivano sensazioni già vissute.

E intanto Turmac, Muratti, Nazionali, Mentola o, se la sapevi lunga, Chesterfield, Pall Mall, Marlboro o Peter Stuyvesant; comprati a bustine da tre dal Tabaccone. Ti offrivano il lasciapassare per l’adolescenza: la trasgressione la chiamavi per nome.

 Per noi maschietti, in ogni caso proseguiva l’apartheid rispetto all’altra metà del cielo: don Giacomo Gervasoni, dal pulpito domenicale, aveva appena ammonito le nostre mamme del pericolo che derivava alla proprie figlie dalle famigerate “Macchine diaboliche…”; in paese intanto si riaffermava il dna per cui qui nascevano spontaneamente e con ottime percentuali, calciatori di talento inespresso, presse meccaniche da esportazione e, appunto, splendide ragazze. Che viaggiavano a distanza siderale da noi. Unico territorio fuori controllo, la complice penombra del mitico Cinema “Lux”.

L’ultimo amarcord ha come teatro la pesa pubblica messa lì a pochi metri dal chiosco e la leggenda metropolitana che era nata attorno a lei.

Insomma tutti quanti sappiamo che le pese sono della grandi piattaforme metalliche adatte ad accogliere mezzi di trasporto, carretti, furgoni o camion che siano, prima e dopo le operazioni di carico o scarico. Questa pesante piattaforma, come si dice “bascula” cioè oscilla leggermente in orizzontale e per farla muovere bastano leggeri movimenti pelvici vagamente allusivi. Tutto ciò, nella vulgata folk di quella monelleria anni ’60 aveva lanciato un irresistibile slogan : “A la Santa sa fa naa,,,” (Mi rifiuto categoricamente di tradurre). A sera, sulla scia di una fama sacrosanta e molto diffusa in Brianza circa la bontà del gelato ma evidentemente non solo, sciamavano sul chiosco compagnie  di varia provenienza e quasi tutte con appresso il bonaccione che ci crede. Il branco si avvicinava al chiosco, ordinava il cono e poi, con assoluta noncuranza e guardandosi attorno in attesa di chissà chi, saliva sulla pesa metallica e mimando il movimento tipo hula-oop invitava l’aspirante trasgressore: “Dai, fa naa…fa naa adèss!” Un modo bastardo per fare arrossire l’aspirante trasgressore..

Di tutto questo e anche di molto altro si è smarrita l’impronta. Ieri “il” Domenico ci ha lasciati alla bella età di 93 anni. Grazie zio, è stato bello.

Franco Radaelli

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