il significato della memoria

Liberi tutti !

Il 25 Aprile 1945 è un mercoledi. Il giorno più lungo. La Liberazione!

Annunciata dagli scioperi di Sesto, con occupazione delle fabbriche, l’insurrezione prende fuoco con moti spontanei. I Partigiani dilagano nelle città prima ancora che il Comitato di Liberazione dell’Alta Italia lanci l’ordine ufficiale. Gli Alleati arriveranno a Milano solo quattro giorni dopo, a cose fatte. La voglia di libertà si era sprigionata da sola.

A Villasanta, persino il Tenente Strak, il nazista Austriaco che comanda la guarnigione Todt di stanza a Villa Notari con compiti, diciamo così, logistici, dopo settimane di attesa, in cui passa ore di nascosto nella portineria della villa, in attesa che Radio Londra diffonda la Grande notizia,  si arrende con tutti i suoi uomini senza sparare un solo colpo. Finalmente anche lui con i suoi stanchi soldati tornerà a casa.

E’ nella storia, tuttavia, che questa presenza nazista in paese non abbia causato alcun attrito, proprio perché il suo comandante era l’esatto opposto di un uomo fatto per la guerra.

Tutt’altra impronta lascerà la Polizia politica; la terrificante brigata Muti, tentacolare incubo di tutti. Questi avevano base da oltre un anno nelle scuole Notari di piazza Daelli ma, annusata l’aria, erano spariti fin da gennaio.

Liberi tutti, finalmente!  Si tornava a vivere. E la voglia era tale che tre settimane (tre sole settimane) dopo, per esempio, la Gerbi inoltrava richiesta di rientrare a far parte della Federazione Italiana Ciclismo.

Era di nuovo primavera.

Il Trani a go go

I Combattenti e Reduci una loro tana l’avevano già arredata in via Mazzini, a ridosso del Calzaturificio Cereda (Ora c’è il lavasecco). Lì si va sul classico;  giocano a carte tutto il pomeriggio; tavoli da tressette chiamato, gibilén, ciappa no o scopa quindici. (No…il burraco non l’avevano ancora imparato).

Partita a scopa ai Combattenti e Reduci
(Foto M. Pellegrino)

Chi perde paga ma non si dissangua; si va a campanelle di vino di vasello che va giù senza apparente difficoltà; fino a quando è l’ora di alzarsi e, porca miseria, c’è qualcuno che esce di sbieco (sbièss). Ma è giusto così; loro di incubi e shock inchiodati nel subconscio ne hanno un sacco (Questa arriva dopo…).

Nota di Redazione: Trattasi di Osteria vecchio stile. Non credo sia stata mai allestita la Faema per i caffè espresso. Quanto alla cantina, distinguiamo: i rossi sono vinoni pugliesi, Trani Manduria  Squinzano da 13,5 – 14 gradi che arrivano direttamente in autobotte. E’ vero, c’è anche del Barbera piemontese ma le modalità non cambiano. Dai camion vengono direttamente riversati nelle damigiane da 54 litri in cantina, da dove verranno spillati al banco in contenitori di vetro (vaselli) con misurino da un litro e da mezzo. E da qui finalmente versati per la beva in allegri bicchieri a campanella rovesciata.

Certo, per chi gradisce esiste l’alternativa bianco e bianco spruzzato, antesignano dello Spritz: si tratta quasi sempre di un Soave veronese, ovviamente in damigiana, spillato e macchiato con Aperol o aroma equipollente, in bicchieri con gambo e calice a tulipano (càlis).

Prima di salutare i nostri ospiti, un doveroso ossequio: il ritorno a casa dei Reduci , con provenienza dalla Russia, dalla Germania, dall’India e persino dall’Australia è terminato nella prima metà degli anni ’50.

Non è stato un gioco.

Il settimanale socialista La Brianza annuncia l’inaugurazione della nuova Casa del Popolo che avvenne domenica 7 ottobre 1951

L’edificio ospiterà nei suoi due piani le sedi dei partiti comunista e socialista, la Camera del lavoro, e che è confortato da una biblioteca di ben 1300 volumi, nonchè da un grande bar con bigliardo, si presenta appunto come il degno centro delle attività politiche, culturali e ricreative della parte più sana e più attiva della popolazione

Nella fotografia di sinistra si nota la dislocazione originaria della Casa del Popolo vista dalla torre comunale, quando ancora non esisteva il palazzo della COOP

La Cà dal Popul

Nel 1951 (Guarda un po’, siamo a pochi mesi dal 70° anniversario), i compagni Comunisti,  Socialisti e  Partigiani inaugurano la Casa del Popolo in via Garibaldi, proprio davanti al Comando dei Carabinieri.

Il giardino della Casa del Popolo appena costruita
con i tigli appena piantati, i tavoli di cemento e,
sullo sfondo, sull’altro lato di via Garibaldi,
la sagoma dell’Oratorio Maschile.
Ora al posto di questo giardino c’è il
palazzo della Coop.

Un gran bel pezzo di terra, a due passi dal parco di villa Camperio.

Accogliente lo spazio interno, su due piani. A quello superiore Amedeo Crippa cura con affetto una primissima biblioteca selezionata, che qualifica il luogo come laboratorio di conoscenza e studio storico-politico. Il clima post-bellico è ancora caldo e la cifra politica della casa è tale da mettere in evidenza  frequenze e vivacità del confronto in atto fra ogni componente di quel popolo di lavoratori.

Il bar della Casa del Popolo in un pomerioggio negli anni ’70 (Foto Molteni)
Le arborelle fritte della domenica pomeriggio,
in fondo al giardino della casa del popolo,
ci si accedeva facilmente dalla p.za del
comune dal cancello di via Veneto
(dove ora si accede ai box del palazzo
della coop.)
Nella foto sono ritratti: da sx a dx :
Mario Cavenaghi, Antonio Appiani,
Teruzzi luigi [luisen] e Mario Pirola.

Sulla base della Carta Costituzionale appena conquistata si coniuga l’applicazione della Politica Italiana, l’inizio della Guerra fredda; le rispettive Scelte di campo, l’invasione dell’Ungheria e le conseguenti drammatiche divisioni. Sarà insomma la Storia della seconda metà del XX secolo a determinare percorsi e appartenenze politiche, private e pubbliche al tempo stesso.

Dal cortile di casa alla Globalizzazione; cento analisi ed altrettante sintesi. Da parole d’ordine a contraddizioni con cui questa Casa del Popolo, come altre mille in Italia, ha dovuto fare i conti.

Per vivere in pace con sé stessi e non lasciarsi vivere.

Poi, però, dal pensoso salone al piano sopra, si scendeva. E per i momenti ludici all’aperto, i Pescatori di Villasanta, che hanno sede proprio lì, garantiscono alborelle fritte ogni domenica pomeriggio in cui si gioca a bocce.

Il salone al primo piano dell Casa del Popolo
agli inizi anni 60.
Probabilmente congresso del PCI.
Sono riconoscibili: Ancri
(con in mano l’unità),
Della Torre Giovanni, Giuseppe Calcinati

Noi, convocati in oratorio la domenica mattina per la trasferta calcistica, la Cà dal popul l’abbiamo lì di fronte. il mio amico Freddy, indomabile centrattacco mangiapalloni, entra senza indugio apparente e mi dicono comandi addirittura il Grigioverde. (Vi ricordate cos’è, vero? Grappa e menta; 40° di alcool in un sorso solo…Siamo matti!? Un grigioverde a 12 anni, di prima mattina…non posso crederci!).

Quasi tutti gli altri (quorum ego), che magari un caffettino lo prenderebbero volentieri, si astengono dal farlo, stanno fuori anche se fa freddo. Vi chiedete perchè? Effetto don Camillo e Peppone, direi.

Una assemblea più recente della Lista dei
Cittadini per Villasanta con il sindaco
Luca Ornago, nel salone al primo piano

Io mi becco il soprannome di Paulòtt, è il minimo, ma Casa del popolo, per noi oratoriani, salvo i monelli, era ammantata da un alone di proibito che in quei tempi e in quel paesello si tagliava col coltello.

Con inevitabili trasgressioni però; tipo tardo pomeriggio, attraverso il cancello laterale, da piazza del Comune, dopo l’oratorio nelle domeniche in cui giocano a bocce. Le alborelle fritte saranno anche di sinistra ma lascia perdere…

La Casa del Popolo dalla via Garibaldi negli anni novanta

Sembra quand’ero all’oratorio

Quando ha sentito evocare Tarzan, le panche e i Banditi, al mio amico Ernesto è partito l’embolo: Dai Franco, devi tornate all’Oratorio dei maschietti San Luigi Gonzaga di quegli anni ‘50.

Come faccio a deluderlo.

Bluffando, gli posso raccontare che ho poco spazio per quella valanga di amarcord che mi sbilza addosso come un rubinetto aperto: le benedizioni del don Angelo, le confessioni argomentate di don Giulio, il Tantum ergo in latinorum, (chissà se, cantandolo col nostro dialetto ci siamo costituiti meriti o  vilipendi) e quella sterminata galleria di volti, sberleffi, ghiaccioli, tentati omicidi falliti per puro caso, che ci hanno accompagnati domenica per domenica in quegli anni  tanto lontani da sembrare mai vissuti.

Aspiranti di Azione Cattolica, adunanze di formazione; chierichetti tutti assorti sull’altare, per un’ora:  monelli ingovernabili per il resto della settimana. Ce n’è ancora in giro una mezza dozzina, rispettabilissimi pensionati, ma quando li incontri, il pensiero corre ancora a quella miracolosa metamorfosi, appunto.

Ma basta calcare la mano: Ernesto potrebbe rimanerci male.

C’è stato del genio in quel caos: innegabile. Mettere insieme lodi e castagnaccia, eucarestia e ginocchia sbucciate è degno di un visionario. La formula San Giovanni Bosco, almeno su di noi, un certo successo l’ha ottenuto e per molti altri è stata la salvezza: giù il cappello.

Piuttosto mi domando se sia già stata presentata la versione 2.0: in digitale o smart: sarei curioso di conoscerne le  pulsioni interiori, le scelte personali, le affinità conseguenti, i vantaggi sociali soprattutto. E la scoperta di amicizie eterne. Rimango in fiducioso ascolto.

Chiudo, amico mio, con una simpatica notazione che ho raccolto di recente. Quei chierichetti che si muovevano sussiegosi sull’altare (proprio i giovani monelli di cui sopra), a mia insaputa e nel corso di un decennio abbondante, hanno partecipato a diversi Incontri formativi che si trasformavano in autentici Campionati italiani di dottrina, con fasi eliminatorie e via via sempre più competitive.

Ebbene uno di questi protagonisti, sorprendendomi, mi ha orgogliosamente confessato: T’al sée che me ho basàa l’anell da dù Papa: Giuànn XXIII e Paolo VI! Incredibile: avendo vinto il Primo premio della Gara di dottrinetta per chierichetti erano stati invitati in Vaticano al cospetto dei Papi. Da non credere.

Dai, Ernesto. Abbiamo alle spalle un palmares niente male.

Tu dici che basta a pareggiare i peccati?  

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