cultura

Un viaggio nella storia per il Giorno del Ricordo

Inizia con una domanda, il titolo della conferenza tenuta dal professor Massimo Bucarelli, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università del Salento e organizzata dall’Amministrazione Comunale presso la Sala Congressi di Villa Camperio nel pomeriggio di sabato 8 febbraio, in occasione del Giorno del Ricordo: “Una guerra inevitabile? Lo scontro italo-jugoslavo per lo spazio adriatico”.

Il 10 febbraio di ogni anno si celebra appunto il Giorno del Ricordo, riconosciuto ufficialmente dal Parlamento italiano con la legge n. 92 del 2004, con l’obiettivo di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Complessa è, infatti, la trama di relazioni che si è creata fra paesi confinanti dall’8 settembre 1943, data dell’annuncio dell’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile, al 10 febbraio 1947. 

Massimo Bucarelli, relatore della conferenza

Con grande chiarezza d’esposizione e insieme notevole accuratezza di contenuti, il prof. Bucarelli ha provato a racchiudere in un’ora e mezza gli avvenimenti che, a partire dal 1800, hanno condotto alla tragedia delle foibe e al successivo esodo giuliano dalmata in seguito alla firma dei trattati di Parigi del 1947 che, proprio il 10 febbraio, assegnavano alla Jugoslavia l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara e provincia e la maggior parte della Venezia Giulia. La popolazione allora presente fra Gorizia, Trieste, Pola e Fiume si componeva di circa 800mila persone fra slavi, croati e italiani; questi ultimi, in particolare, rappresentavano una maggioranza, con circa 350mila abitanti concentrati soprattutto a Trieste e nelle zone costiere dell’Istria.

In un contesto enormemente eterogeneo per nazionalità, lingua, cultura e ideologia, il vuoto di potere che si venne a creare nel 1943 in Italia, e che portò alla sostituzione in Istria delle istituzioni italiane con quelle tedesche, permise ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione di occupare il territorio e costituire tribunali improvvisati che emisero sentenze di morte non solo nei confronti di rappresentanti del fascismo e ma anche di cittadini non comunisti. Si stima che circa 600-700 persone vennero torturate, uccise e gettate nelle foibe

L’ondata di violenza perpetrata nel 1943, spiega il prof. Bucarelli, può essere interpretata come una esplosione di rabbia della popolazione insofferente al dominio italiano fascista e ai i brutali tentativi di snazionalizzazione da parte del fascismo di frontiera nei confronti delle minoranze etniche e nazionali slave. Ciò che accadde nel 1945, in seguito al crollo della Germania, e cioè ad un altro vuoto di potere, diversamente fu un tentativo pianificato e organizzato dell’Armata del generale Tito di prendere il controllo sull’Istria e Trieste prima dell’arrivo degli alleati anglosassoni. 

In circa 45 giorni, fra maggio e giugno del 1945, soprattutto nei pressi di Trieste, Gorizia e Pola, ci furono nuovamente arresti e uccisioni di persone i cui corpi furono gettati nei grandi inghiottitoi carsici. Le eliminazioni venivano pianificate principalmente nei confronti di individui appartenenti alla élite, con l’obbiettivo di ostacolare qualsiasi possibilità di ricostituire una classe dirigente italiana. Si contarono circa 6-7mila vittime, secondo alcune fonti sarebbero quasi 11mila, ma una precisa quantificazione è resa difficile anzitutto da una carenza documentale. 

Contestualmente e in successione i territori assegnati alla Jugoslavia divennero il triste teatro della deprivazione di abitazioni e beni a danno delle popolazioni italiane istriane e giuliane, le quali si videro costrette ad abbandonare la loro vita come la conoscevano per raggiungere nuove patrie, portando con sé qualche ricordo e poco altro.  

Collocandosi al di là della contrapposizione fra tesi negazioniste ad un estremo e tesi di genocidio nazionale all’altro, il professor Bucarelli cerca piuttosto di analizzare come si sia giunti al compimento di tali efferati eccidi e se, in qualche modo, si sarebbe potuto evitarli

Ciò che accade in Istria fu il risultato di un principio di carattere nazionale e della sua degenerazione nazionalista ma anche di una contrapposizione sociale. In un tale coacervo di contrasti, spesso stratificati – si pensi solo al conflitto jugoslavo, una vera e propria guerra interetnica tra croati e serbi, albanesi e serbi, una guerra civile fra due movimenti di resistenza, quello filomonarchico e il partigiano filocomunista, che si sviluppano nel tempo i rapporti italo-sloveni. 

Lo scontro diventa inevitabile laddove la politica non riesce a trovare una soluzione, spiega Bucarelli, la volontà di trovare soluzioni di compromesso viene meno, sia da parte dell’Italia liberale sia da quella dei partigiani jugoslavi. 

Quello tenutosi in Villa Camperio è stato un momento di analisi e riflessione, una presa di consapevolezza che la storia spesso non sia fatta solo di nero e bianco ma soprattutto di grigio, sempre citando il relatore, ed infine un’occasione per mantenere viva la memoria su una tragedia che per quasi sessant’anni ha sfiorato l’oblio. 

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