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Una posata e una coperta. La deportazione italiana in Boemia

Una posata, una coperta, i viveri necessari per alcuni giorni di viaggio.

Inizia così, con queste poche cose raccolte per casa e ammassate in fretta, la deportazione di oltre centomila italiani – in gran parte anziani, donne e bambini – dalle valli orientali di confine fin del cuore della Boemia, in piccole città, villaggi, fattorie nei dintorni di Praga.

È una deportazione pressoché sconosciuta – e ignorata dalla storiografia ufficiale – quella che, durante la prima guerra mondiale, si è abbattuta sulla popolazione di lingua italiana che abitava le zone montane al confine con il fronte e erano, allora, territorio dell’Impero Austro-Ungarico.

La decisione austriaca arriva alla vigilia della nostra entrata in guerra e costringe trentini, veneti e friulani ad abbandonare case e averi per liberare dalla presenza italiana quello che di lì a poco sarebbe diventato uno dei fronti più martoriati dell’intero teatro militare.

L’esodo forzato avviene il 23 maggio del 1915, giorno di Pentecoste, e nel giro di poche ore costringe la popolazione a salire su carri bestiame e svuota valli e paesi, gli uomini giovani sono già al fronte – poiché la guerra per l’Austria-Ungheria è iniziata l’anno prima, nel ’14 – e chi è rimasto deve andarsene.

A portare alla luce l’avvenimento è stato Dario Colombo, giornalista, villasantese d’elezione e nipote di una delle donne, originaria della Val di Ledro, che vissero la deportazione.

Dopo un primo saggio storico pubblicato nel 2008, Colombo ha voluto tornare sulla vicenda, questa volta con un romanzo, che ha intitolato Boemia. Il popolo scomparso, edito da Minerva. “Il romanzo – sottolinea l’autore – è più e accessibile, più coinvolgente, ho scelto dunque questa forma anche per raggiungere un pubblico più vasto e divulgare l’accaduto e far conoscere la straordinarietà di queste donne.”  

Dopo i primi mesi di estrema difficoltà infatti, i deportati “le donne soprattutto – nota Dario Colombo – danno vita a una straordinaria storia di integrazione, aiutate inizialmente da un parroco, figura storica reale e presente nel romanzo, e da altri religiosi che per i loro studi erano in grado di parlare la lingua locale ma poi autonomamente capaci di interagire con i boemi e di inserirsi nel contesto locale.” Anche se, a guerra conclusa, la maggior parte di loro sentirà il richiamo della terra di origine e tornerà in Italia.

Mia nonna – nota Colombo – come tanti che hanno subito l’esperienza drammatica della deportazione, non ne parlava mai.”

Quindi, più che dai ricordi di famiglia, per la ricostruzione della vicenda l’autore parte dalla raccolta dei pochi documenti disponibili che via via, sparsasi localmente la voce della sua ricerca, si arricchiscono di lettere, fotografie, oggetti riportati in Italia da chi è tornato e inviatigli dai parenti che li hanno ereditati.

“Il tema dei profughi – ha osservato l’assessore alla Cultura, Adele Fagnani – nella conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa – è purtroppo di grande attualità e noi abbiamo voluto contribuire a far conoscere questo episodio che ha riguardato nostri connazionali.”

Dopo la presentazione al Salone del Libro di Torino dell’anno scorso e un piccolo tour nelle città, “dove molti professori mi hanno detto che lo stanno facendo leggere ai loro studenti”, Boemia arriva a Villasanta: sarà presentato sabato 4 novembre, alle ore 16, nella sala congressi di Villa Camperio, per iniziativa della biblioteca civica. A discuterne con l’autore ci sarà lo storico monzese Giuseppe Maria Longoni.

L’ingresso è libero.

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