Libri

Libri, comfort food contro il Coronavirus

Da oggi Il Punto propone ai suoi lettori libri che i redattori hanno recentemente letto o riletto. Un vero e proprio cibo per la mente, nutriente e ricostituente, pieno di gusti e colori diversi. Coltivare il piacere della lettura ci consente, anche dal divano, di continuare a viaggiare, di dialogare con personaggi interessanti e coinvolgenti, nostri concittadini nel mondo dell’immaginazione e del pensiero.
P.S. Lo abbiamo deciso nella riunione di redazione di ieri sera, rigorosamente ognuno da casa propria grazie alla tecnologia

Recensione a cura di Laura Cesana.
Non è un romanzo leggero il primo titolo che proponiamo, La Peste di Albert Camus. ma una riflessione sulla “sospensione” della vita quotidiana a cui tutti – in un modo o nell’altro – siamo sottoposti e che ci lascia stupiti, spaesati, preoccupati. Ma che può essere, anche per noi, l’occasione per riflettere sulle istanze e sui valori più profondi.

So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace

La tragica irruzione dell’assurdo nella vita quotidiana è l’avvertimento che campeggia in cima alla mia edizione di questo classico della letteratura francese del Novecento: un tascabile Bompiani degli anni Settanta, che ho riletto di recente e che può aiutarci a interpretare i giorni che stiamo vivendo con la forza d’urto del romanzo. Nella città di Orano – in Algeria – dove si svolge la storia, scoppia improvvisa un’epidemia di peste ma coloro che la abitano sono distratti, ci badano e non ci badano e lo stesso dottor Rieux, protagonista del romanzo, impiega qualche giorno prima di rendersi pienamente conto di quel che accade.

Albert Camus costruisce il suo romanzo intrecciando con grande linearità la storia dell’epidemia, degli uomini che affrontano la peste e di quelli che se ne ammalano, la chiusura della città e sceglie un racconto cronologico, giorno dopo giorno, dal suo inizio alla sua scomparsa.

Chi registra meticolosamente il succedersi degli avvenimenti è Jean Tarrou, il co-protagonista del romanzo, che morirà negli ultimi giorni dell’epidemia per aver smesso di seguire le prescrizioni sanitarie; i suoi taccuini permetteranno a Rieux di raccontare quanto accaduto. La scelta di Camus cade dunque sulla scrittura come testimonianza dell’uomo nel mondo, come strumento per accedere a qualcosa di più profondo: i diari di Tarrou raccontano, il dottor Rieux – protagonista e voce narrante – trascrive, completa e offre alla lettura.

Tutto avviene attraverso la parola scritta che intreccia i fatti con il percorso esistenziale dei personaggi, che vengono a trovarsi a tu per tu con scelte decisive. Nessun paragone fra la peste del romanzo – peraltro indicata da molti come la metafora del nazismo, allora appena sconfitto – e il Coronavirus! Il fatto che si tratti di due ondate epidemiche – una letteraria, l’altra purtroppo reale – non è la questione essenziale.

“…Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice”

**Queste sono le frasi finali del romanzo nella traduzione di Beniamino Dal Fabbro

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