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Cosa succede nelle RSA della Lombardia?

L’impatto che il Coronavirus ha avuto e sta avendo sulle persone anziane, apre una ferita non rimarginabile, anche DOPO… E le informazioni che arrivano in modo spezzettato, non ufficiale, sulle Case di Riposo aggravano la ferita. Ma da qualche giorno è cresciuta la consapevolezza della criticità della situazione, criticità che ha, come per il contagio in generale, il suo epicentro in Lombardia.
E’ molto difficile avere un quadro ufficiale: si sa che la mortalità è in aumento, si sa che la causa non è solo – in senso stretto – il Coronavirus, concause sono la fragilità degli ospiti, aggravata dalla situazione di isolamento, dovuta alla indispensabile chiusura delle residenze e quindi al venir meno di contatti “fisici” con figli e parenti. Infine non è chiaro se i dispositivi di sicurezza per gli operatori sono stati e sono pienamente disponibili …e se davvero è iniziata la fase dei test.

Non avendo a disposizione dati ufficiali dalla Regione, dalle ATS, dai Comuni o dalle singole case di riposo, proviamo a (tentare di) capire se e come può essersi generata questa situazione di criticità, mettendo in fila 3 documenti/dati diversi: la delibera regionale dello scorso 8 marzo, l’indagine Istat avviata a fine marzo, e il documento del Ministero della Salute del 3 aprile.

I dati relativi alla RSA San Clemente non ci sono noti e rimandiamo all’intervista e alla comunicazione del sindaco su Facebook dello scorso 3 aprile pubblicate sul nostro sito.

LA DELIBERA DI REGIONE LOMBARDIA

In data 8 marzo la Regione emette – alla luce della diffusione del contagio – la deliberazione XI/2906 sulla rimodulazione delle prestazioni sanitarie, vista la necessità di recuperare posti letto di terapia intensiva negli ospedali, anche allocando altrove i degenti con altre patologie o degenti COVID-19 non gravi.
In particolare l’Allegato 2 della delibera si occupa della ricollocazione degenti in strutture extra ospedaliere, allegato di cui riportiamo questi stralci riguardanti le RSA.

Disposizioni in ordine alle Strutture extra ospedaliere

A fronte della necessità di liberare rapidamente posti letto di Terapia Intensiva e Sub Intensiva e in regime di ricovero ordinario degli ospedali per acuti, occorre mettere a disposizione del Sistema Regionale i posti letto delle “Cure extra ospedaliere” (subacuti, postacuti, riabilitazione specialistica sanitaria (in particolare pneumologica), cure intermedie
intensive e estensive, posti letto in RSA)…..

…..A tal fine si dispone:una ricognizione dei posti letto disponibili in Regione Lombardia nei diversi setting di cura extra ospedaliere sopra elencati;

il blocco da lunedì 9 marzo p.v. dell’accettazione di pazienti provenienti dal territorio verso le strutture sopraelencate;
l’anticipo delle dimissioni verso il domicilio dei pazienti ricoverati presso le strutture sopra elencate;
il blocco del 50% del turn over delle RSA che abbiano le seguenti caratteristiche:
o presenza di assistenza medica H24;
o assistenza infermieristica H24;
o presenza di specialisti geriatri / cardiologi / pneumologi;
o possibilità di effettuare indagini di laboratorio;
o possibilità di effettuare diagnostica radiologica;
o possibilità di garantire ossigenoterapia;

l’istituzione di una “Centrale Unica Regionale Dimissione Post Ospedaliera” che riceve le richieste di dimissione da parte degli ospedali per acuti e individua in modo appropriato la struttura di destinazione;

l’individuazione da parte delle ATS di strutture autonome dal punto di vista strutturale (padiglione separato dagli altri o struttura fisicamente indipendente) e dal punto di vista organizzativo, sia di strutture non inserite nella rete dell’emergenza urgenza e POT, sia di strutture della rete sociosanitaria (ad esempio RSA) da dedicare all’assistenza a bassa intensità dei pazienti COVID positivi…….”

Non sappiamo quante RSA con strutture davvero separate abbiano accolto pazienti COVID positivi a bassa intensità ma l’indicazione della delibera solleva non poche perplessità: alla luce sia dell’assenza quasi totale di attività di test di ospiti e operatori, sia delle considerazioni che hanno portato l’Istituto Superiore della Sanità (ISS) ad avviare a fine marzo l’indagine di cui al prossimo paragrafo.

Il testo della deliberazione è disponibile sul sito di Regione Lombardia.

INDAGINE ISTAT

A partire dalla fine di Marzo su indicazione dell’ISS, l’Istat ha avviato una indigine specifica sul contagio da COVID-19 nelle RSA, perché qui dice l’ISS: “persone con disabilità, con gravi patologie neurologiche e /o anziane vivono a stretto contatto con il personale che li assiste e gli effetti dell’emergenza sanitaria possono essere particolarmente gravi”.

Il primo report è stato pubblicato il 3 aprile e dovrebbe essere aggiornato settimanalmente.

Le strutture sociosanitarie assistenziali sul territorio italiano – le RSA – sono 4629. L’indagine al momento si è concentrata su 1634 strutture fra quelle che accolgono persone con demenza, e si basa sulla compilazione di un questionario di 28 domande. Lo scopo è acquisire informazioni sulla gestione di eventuali casi sospetti/confermati di infezione da SARS-CoV-2.

L’indagine, iniziata il 24 marzo 2020, ha coinvolto ad oggi 1634 RSA (64% del totale) distribuite in modo rappresentativo in tutto il territorio nazionale. Al 30 avevano risposto 236 strutture pari al 14% di quelle contattate.

674 sono le strutture coinvolte in Lombardia, di cui 70 rispondenti al questionario al 30 marzo. I dati raccolti sono quindi molto parziali e come tali vanno letti ma sono pubblicati e quindi da leggere.
Il report completo è disponibile su sito ISTAT. Qui riportiamo le elaborazioni più significative: i residenti nelle RSA, la mortalità generale e quella correlata al Coronavirus.

Sul totale dei deceduti indicati, il 39.2% del totale dei decessi (723/1845) riguarda residenti affetti da SARS-CoV-2 o con manifestazioni simil-influenzali, che vengono incluse vista la scarsità di tamponi effettuati. Dei 723 rilevati oltre 563 si trovano in Lombardia.

Pur nella parzialità dei dati, anche nel caso delle RSA, si evidenzia un caso lombardo. Appare chiaro come, fin dall’inizio, vi siano state difficoltà di gestione in queste strutture, normalmente sensibili a epidemie come quelle delle “normali influenze” e ora di fronte a una emergenza sanitaria mai vista. Quali sono state queste difficoltà?

Anche nelle RSA, come era successo per gli ospedali, la carenza di dispositivi di protezione individuale (DPI), è stata un fattore critico per la diffusione dell’epidemia e la salute degli operatori. Quest, sempre sulla base delle RSA che hanno risposto, sono risultati positivi per il 17% degli addetti.

Se scorriamo la delibera di regione Lombardia, leggiamo che il trasferimento di pazienti COVID non gravi dagli ospedali alle RSA deve essere fatto laddove esistano strutture autonome rispetto a quello che degli ospiti residenti. Ma da questo grafico – nazionale – è già evidente una difficoltà a isolare i residenti che si ammalano (specialmente se il numero diventa rilevante).

DISPOSIZIONI DEL MINISTERO DELLA SALUTE

In data 3 aprile, il Ministero emana un aggiornamento delle indicazioni sui test diagnostici e sui criteri da adottare nella determinazione delle priorità, e fra di essi vengono chiaramente indicati gli ospiti, i pazienti e gli operatori delle RSA. Ecco alcuni gli stralci:

“L’esecuzione del test diagnostico va riservata prioritariamente ai casi clinici sintomatici/paucisintomatici e ai contatti a rischio familiari e/o residenziali sintomatici, focalizzando l’identificazione dei contatti a rischio nelle 48 ore precedenti all’inizio della sintomatologia

…i criteri di priorità di seguito riportati, raccomandati dall’OMS e dalla EUCOMM e adattati alla situazione italiana…
tutti i casi di infezione respiratoria acuta ospedalizzati o ricoverati nelle residenze sanitarie assistenziali e nelle altre strutture di lunga degenza…
….operatori sanitari esposti a maggior rischio (compreso il personale dei servizi di soccorso ed emergenza, il personale ausiliario e i tecnici verificatori), per tutelare gli operatori sanitari e ridurre il rischio di trasmissione nosocomiale; operatori dei servizi pubblici essenziali sintomatici, anche affetti da lieve sintomatologia per decidere l’eventuale sospensione dal lavoro; operatori, anche asintomatici, delle RSA e altre strutture residenziali per anziani.

In sintesi ci pare che, dalla sequenza di documenti e dati che abbiamo riportato, appaia evidente “una sottovalutazione” delle conseguenze del Coronavirus nelle RSA, con numeri alti in quelle lombarde. Ci pare che si sia prevalentemente lasciato alle singole RSA la gestione operativa dell’emergenza che, sicuramente alcune hanno fatto al meglio: procurandosi autonomamente i DPI, separando laddove possibile i sospetti-contagiati.
Ci attendiamo però, dopo le ultime disposizioni del Ministero, che DPI e test facciano la loro apparizione generalizzata anche nelle RSA.

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