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La Pùbia

In dialetto si chiama così il pioppo. Un albero grande che può raggiungere anche i trenta metri di altezza. E quello dell’Area Feste quasi c’era. Alto quasi come un palazzo di sei piani.


Un gigante che sovrasta la pista ciclabile che costeggia il Lambretto e che offre la sua ombra mattutina a buona parte dell’Area Feste, coprendo con la sua chioma lo spazio allestito per la musica e per il ballo di tutte le manifestazioni estive che vi si svolgono. Alla sua ombra, nel secolo scorso, ai tempi in cui l’unica manifestazione estiva all’aperto era la festa de l’Unità (che segnò l’avvio di un uso pubblico dell’intera area), trovava spazio l’enoteca della festa, che per questo si chiamava, appunto “il Pioppo”. I meno giovani se ne ricorderanno. E anche per questo ne siamo particolarmente affezionati.

Un gigante dai piedi di argilla sembrerebbe…

Non tanto dal suo aspetto, ancora rigoglioso in questa primavera ma da quanto abbiamo appreso dal rapporto sulla manutenzione del verde del Comune di Villasanta.
Con grande rammarico abbiamo preso atto, dalle relazioni di due agronomi, uno incaricato dal Comune e uno dal Parco Valle Lambro, che il grande pioppo nero dell’Area Feste presenta una estesa proliferazione al colletto del fungo patogeno Perenniporia s., agente di carie bianca del legno… l’albero risulta compromesso e destinato, nel breve periodo, ad un irreversibile deperimento vegetativo e ad un aumento della sua propensione al cedimento dei tessuti legnosi al colletto e nella zolla radicale. L’elevata pericolosità della pianta unita all’alta frequentazione del sito innalzano eccessivamente il rischio per persone e cose, rendendo necessario l’abbattimento dell’albero…Per questo, con rammarico, è stato inevitabile disporre l’abbattimento che è previsto per la prossima settimana. Così si è espressa Gabriella Garatti, vicesindaco e assessore all’ambiente.

Ora l’area feste è chiusa, vittima anch’essa del tempo del coronavirus. Quando si riaprirà mostrerà il grande vuoto lasciato dall’abbattimento del pioppo, che da più quaranta anni maestoso e silenzioso la custodisce e la connota.

L’opinione dell’esperto.

Probabilmente si tratta di una pianta nata spontaneamente, come spesso capita per questa specie, e poi lasciata crescere, senza rendersi conto delle possibili criticità che prima o poi si sarebbero potute manifestare, proprio per il suo rilevante sviluppo ci ha detto Michele Cereda, dottore forestale, a cui abbiamo chiesto un parere.
Nonostante la maestosità, la grande rusticità e la sua facilità di adattamento è una specie tra le più vulnerabili e fragili, con un ciclo di vita molto breve, al punto da rendere purtroppo vani e scarsamente efficaci interventi di diversa natura.

Non siamo né tecnici nè agronomi, ma certo la notizia fa a pugni con una diffusa e protettiva consapevolezza ambientale che viene fuori spontanea di fronte a queste non facili scelte da intraprendere.
La sua monumentalità non risiede solo nella dimensione e nella forma della chioma ma all’innegabile ruolo paesaggistico ed ecologico: proviamo pensare a quante forme di vita vi hanno trovato il loro habitat naturale.
La tentazione è quella di dire, come si fa anche in famiglia quando si deve fare i conti con la spietatezza di alcune diagnosi: ma non si può proprio fare niente altro?…. Ma in questo caso (come forse spesso anche in famiglia) la domanda da porsi è: non potevamo pensarci prima?

Ed allora la sorte del grande pioppo può forse sollecitare una maggiore consapevolezza nei confronti delle nostre aree verdi che hanno bisogno di un’attenzione proiettata nel futuro, preparando oggi l’ambiente di cui godranno i nostri nipoti, scegliendo piante capaci di maggiore resistenza e longevità.

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