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L’industria di Villasanta di fronte al Coronvirus

La storia industriale di Villasanta è importante, il suo tessuto imprenditoriale si è confrontato violentemente , come altrove, con la globalizzazione e le crisi. Ma non si è estinto. Per questo oggi, è importante sapere da 2 delle più importanti aziende villasantesi come stanno affrontando questa crisi, inedita per cause e dimensioni. Come per artigiani e commercianti, la loro salute è vitale per noi tutti.
La parola a Ruggero Rossi Amministratore della Rossi Lorenzo e Figli e a Lorenzo Galli della I.M.V. Presse

Potete farci farci una presentazione delle vostre aziende?

Rossi. La nostra è un’azienda storica fondata da mio nonno Lorenzo Anacleto nel 1924, anno di nascita di mio padre Luigi che ha poi proseguito e sviluppato l’attivata con il fratello Mario.
L’attività negli anni ha vissuto una profonda trasformazione passando dal candeggio al prato alla tintura di tessuti di arredamento e biancheria per la casa e, dal 1978, alla produzione di tessuti per abbigliamento.
Attualmente in azienda operano circa 50 persone. Il mercato di riferimento sono stilisti e brand dell’alta moda tra i più rinomati: Italiani, Europei, Giapponesi, Coreani e soprattutto Cinesi, che sanno apprezzare lo stile e l’alto livello qualitativo italiano, verso i quali, negli ultimi 10 anni abbiamo incrementato notevolmente le vendite.

Galli. La fondazione dell’azienda da parte della famiglia Galli risale al 1934. Da allora la IVM ovvero l’Industria Meccanica Villasanteseè sempre stata presente sul territorio. Oggi occupa una media di 45 persone dirette e si avvale di una rete di fornitori di piccole imprese artigiane del territorio dia di aziende al 90% lombarde. L’azienda opera nel mercato nazionale ed internazionale vantando un’importante esperienza in settori chiave come quelli dell’automotive, elettrodomestico, aerospaziale, forgiatura e sinterizzazione di polveri metalliche. Esporta circa il 90% della produzione, principalmente in Europa, in particolare in Spagna, Polonia, Germania e Francia, con forniture sporadiche per il mercato russo e americano.

L’ultimo decreto ministeriale ha stabilito la chiusura di tutte le attività produttive considerate non essenziali. Questo provvedimento ha coinvolto anche la vostra azienda ?

Rossi. Anche la nostra azienda ha dovuto osservare il fermo dell’attività produttiva a partire dal 23 Marzo.
Nelle ultime settimane, a causa del Coronavirus, molti nostri clienti avevano già avuto degli stop and go sia nelle produzioni sia nella logistica, creando non pochi problemi nella prosecuzione delle attività.

Galli. Abbiamo deciso di chiudere prima dell’arrivo del decreto. 10 giorni prima avevamo ridotto l’attività al minimo per poter portare avanti 2 commesse che ritenevamo essere le più urgenti. Durante l’ultima settimana, quando eravamo rimasti una decina in azienda, abbiamo visto che il propagarsi del contagio in altri Paesi portava alla chiusura della gran parte dei clienti. Questo, unitamente alla consapevolezza che nel nostro lavoro, pur con tutte le attenzioni del caso, vi è sempre un margine di rischio che può portare all’infortunio e viste le difficoltà di accesso al pronto soccorso in questa fase, ci ha spinti verso la chiusura totale.

Prima di chiudere l’attività quali provvedimenti organizzativi avete messo in atto per contrastare il contagio e tutelare la salute dei vostri dipendenti?

Rossi. Da inizio Marzo guardavamo con apprensione a quanto stava accadendo nelle province più colpite dalla pandemia. Abbiamo cercato di utilizzare tutti gli strumenti di protezione: dispositivi individuali di sicurezza, mascherine e guanti, disinfezione delle postazioni di lavoro, tastiere dei pulpiti di comando degli impianti, touch screen, tavoli di lavoro con computer e tastiere. Tutto il personale è stato coinvolto nell’osservanza di comportamenti suggeriti dalle autorità, evitando assembramenti nei vari uffici e reparti, mentre al personale esterno che entrava in azienda veniva richiesto di rimanere sul piazzale per le operazioni di carico e scarico merci.

Galli. Oltre alla riduzione al minimo indispensabile e urgente dell’ attività, abbiamo messo in atto di accorgimenti per attuare il maggior distanziamento possibile fra le persone: la distribuzione degli spazi, i turni nel locale mensa e negli spogliatoio, l’obbligo di farsi la doccia a casa invece che in azienda, l’utilizzo delle mascherine.

Siete riusciti a fornire i dispositivi di protezione individuale al vostro personale o anche per voi il reperimento di questi dispositivi si è rivelato difficoltoso? E poi, il vostro ciclo produttivo favorisce la prossimità dei singoli lavoratori o è tale comunque da garantire la distanza “di sicurezza”?

Rossi Anche se reperire mascherine è stato difficoltoso, siamo comunque riusciti ad avere sufficienti forniture dei DPI. Fatto salvo che per alcune postazioni di lavoro, dove abbiamo invitato il personale a tenere la distanza di sicurezza; nella maggioranza dei reparti e sugli impianti il personale gode di ampi spazi. Ciò significa che le distanze di sicurezza sono garantite.

Galli. Eravamo già forniti di DPI e li abbiamo utilizzati obbligatoriamente in azienda, ancora prima che l’obbligo fosse introdotto dai decreti d’emergenza. Certo, se non avessimo sospeso l’attività, li avremmo esauriti visto che sia i nostri fornitori sia altri canali erano rimasti completamente sprovvisti. Sulle distanze di sicurezza direi nessun problema visto che da noi gli spazi non mancano. Le manovre da eseguire necessariamente in coppia in spazi ravvicinati le abbiamo ridotte al minimo e comunque utilizzando i DPI.

Negli ambiti non direttamente legati alla produzione siete riusciti a mettere in atto pratiche di smart working?

Rossi Lo smart working da casa è stato possibile per gli impiegati amministrativi e commerciali. In produzione è praticamente impossibile operare al di fuori dell’azienda.

Galli. Solo in minima parte per l’ufficio tecnico. L’utilizzo di software specifici necessita di postazione di lavoro con una potenza maggiore della norma, quindi difficili da utilizzare da casa. L’assistenza post vendita e il servizio commerciale sono invece attivi in smart working, servizi peraltro poco necessari vista la mancanza di richiesta

Alzando lo sguardo oltre il quotidiano, è ormai chiaro che oltre all’emergenza sanitaria, ci sarà da fare i conti con l’emergenza economica. Come vedete il futuro, quale è la vostra maggiore fonte di apprensione?

Rossi L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo non è confrontabile con niente di già accaduto. Nessuno di noi oggi è in grado di valutare le reali conseguenze di questo dramma, ma dobbiamo essere tutti consapevoli che ne usciremo provati sia umanamente che economicamente, come persone e come aziende. Penso che l’epidemia non si esaurirà in breve tempo. Dobbiamo già da ora cercare come poter intervenire per riprendere al più presto le attività economiche, tenendo conto della sicurezza delle persone che lavorano. Le strutture sanitarie, i governi e le aziende non possono reggere a lungo questa situazione.

Dobbiamo riportare in Italia molte produzioni. In particolare quelle essenziali

Galli. La capacità di investimento dei clienti è la vera criticità. A ciò si aggiunge il rallentamento degli ultimi 6 mesi del settore dell’auto. La mancanza di una strategia continentale per la transizione verso auto meno inquinanti, la non chiarezza sullo sviluppo dell’auto elettrica – oggi poco attrattiva per il consumatore – hanno messo la filiera in una fase di stallo. Le case automobilistiche europee stanno approfittando di COVID-19 in modo un po’ cinico: prima chiuso la produzione causa pandemia – ma in realtà perché hanno una crisi di vendite – e poi hanno sospeso i pagamenti verso i fornitori. Normalmente i pagamenti possono arrivare a 180 giorni e più: considerando che il blocco coinvolge tutti gli attori della filiera, significa che chi ha consegnato 6 mesi fa non riceverà il dovuto. Ciò mette in crisi tutti a cascata e, in particolare le piccole aziende. Prima di tornare a investire, le aziende dovranno pensare a sopravvivere e a ricostituire una solidità perduta.

Secondo voi quali ricadute si avranno sull’occupazione e soprattutto l’attuale dotazione di ammortizzatori sociali vi sembra sufficiente e adeguata a questa nuova situazione?

Rossi Il nostro governo e le istituzioni devono operare in tutti i modi per salvaguardare i posti di lavoro, gli artigiani icommercianti e le aziende perché quando l’epidemia finirà e speriamo presto, ci sarà bisogno del coinvolgimento di tutti per poter ricominciare e sappiamo che sarà molto difficile.

Preservare le medio-piccole aziende metalmeccaniche con liquidità e flessibilità


Galli. Le aziende hanno bisogno di liquidità e flessibilità per poter assorbire questa fase negativa. Non si tratta solo di posticipare le tasse, manovra a costo zero per lo Stato. Ma se un’azienda non produce non avrà imponibile su cui pagare le tasse. Il vero problema sono tasse come IMU che si applica a un patrimonio aziendale non operativo causa chiusura e IRAP che grava sull’impresa a prescindere dall’utile, ed è una vera zavorra per il sistema produttivo italiano. Queste due tasse andrebbero abolite, almeno per qualche anno, per evitare un effetto domino capace di mettere a repentaglio un intero comparto. Vorrei aggiungere una considerazione sulla metalmeccanica italiana, apprezzata nel mondo per qualità e tecnologia ma composta prevalentemente da piccole imprese che devono sopportare un eccessivo carico burocratico e fiscale. Se queste imprese chiudono è difficile per altre sostituirle: le competenze, il bagaglio tecnico vengono persi con l’azienda che chiude così come la capacità di creare lavoro.

Sperando e supponendo che, faticosamente, la vostra azienda superi positivamente la crisi attuale, che tipo di cambiamenti pensate sarà necessario attuare nel futuro ?

Rossi. Da imprenditore dico che siamo abituati a rischiare e affrontare le difficoltà che da anni l’economia globale ci ha imposto, spesso dobbiamo affrontare le sfide con armi impari rispetto ai nostri competitor che sono supportati da legislazioni e governi forse più lungimiranti del nostro. Tuttavia credo che l’impresa ITALIA saprà risollevarsi grazie alle competenze, alla creatività, alla dinamicità e alla forza di volontà che vede il nostro paese competere nel mondo . Ma c’è anche un insegnamento che abbiamo appreso: è necessario garantire che determinati prodotti, siano essi semplici come le mascherine e i camici o siano essi più tecnologici come gli apparecchi indispensabili per la respirazione dei malati di Coronavirus, vengano prodotti in larga percentuale nel nostro Paese, senza dipendere da paesi esteri. Questo principio dovrà essere la base valida per tantissimi prodotti la cui produzione, a causa dei bassi costi, abbiamo delegato fuori Italia.

Galli Non sono le aziende a dover cambiare, lo fanno già perché devono adattarsi a continue difficoltà e sfide. Il cambiamento epocale deve riguardare la componente finanziaria ovvero il rapporto cliente-fornitore, il sistema bancario e quello fiscale.

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