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La rinascita di Sabrina

Sabrina Giannessi, dopo un tremendo incidente automobilistico, in cui ha subito gravi danni, è riuscita a trovare la forza di reagire e ritornare alla vita quotidiana, reinserendosi, non senza fatica, nella comunità cittadina. La sua esperienza, oltre che personale, può essere una risorsa utile alla comunità di Villasanta. Nel percorso della sua rinascita, ha avuto l’idea di aprire un negozio di oggettistica nella via centrale di Villasanta.

L’idea di realizzare l’intervista è nata dopo che ho letto il libro che ha pubblicato, con lo pseudonimo di Aurora Serena per le edizioni Chronos, in cui narra quanto gli è capitato ed esprime con forza la volontà di voler provare a vivere per come gli è possibile ora. La sua rinascita ha scelto di farla fluire con lo stare connessa alla comunità.

Il piccolo negozio di oggettistica, sotto i portici di via Confalonieri, non è come gli altri. Si percepisce subito che è un luogo di relazioni, di cura del sé e degli altri, in cui la vendita degli oggetti passa in secondo piano. E’ l’immagine materializzata della rinascita di Sabrina.

Sabrina Giannessi – Foto di Pino Timpani

Sabrina, cominciamo con la tua presentazione?

Sono nata nel 1966, vissuta e quasi morta qui a Villasanta. In paese sono conosciuta soprattutto perché appartengo a un gruppo famigliare ricco di componenti, nonché rappresentativi per le attività da loro svolte nei vari ambiti sociali, come mio padre, mia zia, mio zio o mio fratello. Devo ingraziare mio padre per avermi trasmesso il suo carattere allegro e ottimista. Molti villasantesi si ricordano ancora di lui, malgrado sia venuto a mancare ormai da 20 anni: “il Giannessi” sempre attivo nella Gerbi, la società ciclistica di Villasanta, simpatico, socievole e sempre disponibile ad aiutare e a parlare con tutti. Da quando non c’è più, il vuoto che ha lasciato è enorme. La mia notorietà, tuttavia, è emersa dopo il grave incidente automobilistico che mi è capitato. Ne ho avuto riscontro dalle mie figlie: mi hanno raccontato che, durante i mesi in cui ero in ospedale, molte persone a loro sconosciute, le fermavano spesso per strada per avere mie notizie.

La nonna Zena

Villa Camperio – Foto di Pino Timpani

So che anche tua nonna è famosa a Villasanta, la Zena.

Nazarena Carnicelli, chiamata da tutti Zena. E’ la mamma di mia mamma. La famiglia, come anche quella di mio padre, i Giannessi, proviene dalle Marche. Nonna Zena era nota a Villasanta perché è stata la cuoca della famiglia Camperio, finché la casata nobile ha abitato la Villa Camperio. Donna Francesca aveva molto a cuore nonna Zena. Nonostante avesse solo l’istruzione della terza elementare, si preoccupava di fornirgli più conoscenza possibile, partendo dall’arte gastronomica. Siccome riceveva ospiti di alto livello, a volte traduceva a mia nonna ricette scritte in francese. Ricordo molto bene quel periodo, vissuto come un sogno, perché la nonna, che abitava in un piccolo appartamento, posto sulla sinistra del cortile, subito dopo l’ingresso nella villa, mi teneva con se quando i miei genitori erano a lavoro e mi permetteva, ancora bambina di pochi anni, di giocare con le bimbe Camperio, Girlie Luisa ed Eleonora, seguite da un tata. Era un mondo incantato, un po’ come nelle fiabe: il poter scorrazzare con gioia e spensieratezza nelle stanze della villa, comunicanti tra loro e completamente differenti da quelle degli appartamenti standard degli edifici Villasantesi, quelle con il corridoio a separare e a impartire un utilità funzionale a stanze di dimensioni notevolmente inferiori. Ogni stanza era un mondo a sé stante. I giardini erano diversi da come sono ora e avevano un qualcosa di magico. Rispetto a quelli attuali, arrivavano fino a dove c’è ora il condomino del Bar Roma. Prima che i Camperio andassero in decadenza e si separassero, mi è capitato di andare nella residenza di Donna Francesca, figlia della contessa Della Somaglia, a Milano. In quella casa immensa, ci portò, insieme a mia nonna e mia mamma, con un calesse tirato da cavalli, facendoci girare a visitare il suo parco. Restai sorpresa nel vedere diverse case abitate da suoi dipendenti addetti alla manutenzione. La mia percezione di bimba certo non si capacitava del senso della ricchezza e del denaro, ma mi permetteva di intuire che la famiglia era, oltre che ricca, molto emancipata per quei tempi.

La zia però è famosa anche perché gli è stata dedicata una piazza a San Fiorano. Per quale motivo?

E’ un riconoscimento per avere contribuito alla Resistenza. Nella seconda guerra mondiale mio nonno ha combattuto sul fronte russo, dopo essere stato in Africa Orientale. E per tutti quegli anni la nonna è rimasta a casa nelle Marche ad aspettarlo. Durante il periodo della Resistenza, nonna Zena si è adoperata in aiuto dei partigiani resistenti sull’appennino. Il suo contributo è stato essenzialmente di assistenza, soprattutto con la fornitura di alimenti e tuttavia questo l’ha esposta al rischio di essere incarcerata e condannata dal regime fascista. Un rischio che, mi è stata spiegato da lei, è stato un atto d’amore verso il marito perché, non sapendo dove si trovasse di preciso e cosa gli stesse accadendo, immaginava che, prendendosi cura di militari ricercati e perseguitati, magari qualcun altra avrebbe fatto la stessa cosa per suo marito. In fondo la guerra era una sola. Il riconoscimento è stato voluto dall’amministrazione comunale per onorare alcuni cittadini che si sono distinti in azioni di bene verso la comunità. Nel suo caso l’onorificenza è stata estesa a una cittadina non nativa Villasantese.

Quando era venuta a vivere a Villasanta?

Nel 1960. Prima era arrivata qui mia madre e poi lei. Dopo i Camperio ha lavorato, sempre come cuoca: era molto richiesta, presso la famiglia Fontana, gli industriali proprietari della Rodolfo Piazza, la fabbrica tessile che esisteva dove ora c’è Piazza Europa. La loro villa si trova all’inizio di Parco Rodari e costeggia via Garibaldi.

Dopo l’incidente

Sabrina Giannessi – Foto di Pino Timpani

Quando è accaduto l’incidente?

Il 16 marzo 2014. Prima di questa data vivevo in un’altra dimensione: avevo una famiglia con due figlie; avevo tanti amici, o almeno li credevo tali, salvo poi scoprire che non fosse proprio così e riconsiderarli in un altro modo; avevo un buon lavoro, non mi mancava nulla. Il 16 marzo, del 2018, corrisponde all’apertura di questo negozio: alle tre del mattino ero qui a finire di allestire e mettere al meglio quanto non era ancora pronto. Volevo far coincidere la ricorrenza di quella data con una svolta della vita.

Insomma, prima eri concentrata nella tua vita, se possiamo dire così, del tutto normale, come tante altre?

Ero anche ben inserita nel contesto sociale, essendo una donna che chicchera molto e con una spiccata tendenza alla socializzazione.

Quindi ti è facile conversare. Anche con persone non conosciute?

Si. Non so esattamente da cosa dipenda, forse da un qualità empatica. Riesco a intraprendere dialoghi anche con persone sconosciute e trovarmi del tutto a mio agio e spesso entrare in profondità, parlare di fatti e sensazioni più personali e intime. Forse perché mi piace, oltre a parlare, ascoltare quanto hanno da dire gli altri.

Quanto tempo sei stata in ospedale?

Mi ci hanno portato il 16 marzo e ne sono uscita a metà luglio. Poi ho fatto un periodo di convalescenza e riabilitazione. Nel complesso non mi sono trovata malissimo, anzi, conservo alcuni momenti anche belli, carichi di una certa dose di tranquillità, forse perché mi sentivo protetta.

Ci sei entrata in stato di coma?

Mi hanno provocato un coma indotto. Questo me lo hanno spiegato dopo, quando mi sono ripresa, perché ho avuto danni celebrali e l’organo aveva necessità di recuperare le funzioni. Quando mi hanno fatto rientrare dal coma ero diventata una paziente neurologica. Di fatto non c’ero più, diciamo, per capirci, ero matta. Ho un vuoto di memoria di due mesi, in cui non avevo cognizione di dove mi trovavo e con chi stessi parlando.

Era dovuto ai sedativi?

No. Al funzionamento del cervello, a causa di una certa quantità di cellule celebrali andate in necrosi. Ho subito un trauma cranico con una lunga spaccatura e mi è stato praticato un buco come sfiato per le emorragie. Sono stata ricoverata in prognosi riservata, tanto che a miei famigliari era stato detto che avrei potuto non sopravvivere. Nei giorni successivi sono uscita dal pericolo di vita, ma sono entrata nel problema neurologico, come ho accennato prima. Di fatto sono entrata in un limbo, in uno stato di incoscienza di cui i medici che mi avevano in cura non erano in grado di valutare se fossi rimasta così o meno. Di tutto questo non ricordo nulla. So che dopo circa due mesi, a un certo punto, mi sono risvegliata e ne ho avuto coscienza.

Sabrina Giannessi – Foto di Pino Timpani

Il risveglio è avvenuto in un ospedale di Milano?

Mi stavano trasferendo in ambulanza da Milano a Saronno. Credo fossimo in autostrada o in una tangenziale, perché sentivo la velocità, abbastanza sostenuta, del mezzo. All’inizio ero convinta di essere andata a letto la sera precedente e che mi trovassi a casa. Ma ero in un letto di ospedale conciatissima, con la testa rasata a zero, un occhio chiuso e le ferite sul corpo. Per accertarmi che non si trattasse di un sogno, mi sono toccata, sono andata in bagno e mi sono guardata allo specchio. Mi sono vista. Ho realizzato lentamente, con i racconti che mi hanno fatto, di quanto era successo e del tempo trascorso, due mesi. Ancora adesso ho un lungo vuoto di memoria, non ricordo nemmeno cosa ho fatto il giorno prima dell’incidente.

Hai provato un senso di frustrazione?

Ero arrabbiata, arrabbiatissima con la vita che mi aveva dato questa prova tremenda. Mi chiedevo perché proprio a me, ma poi mi rendevo conto di quanto fosse stupido pensare e dirsi questa frase, come se una cosa del genere non può capitare e capita, anche di frequente, purtroppo, a chiunque che non se lo merita, come credevo per me.

Sei uscita dal cliché vittimista. Di certo aiuta e stimola la forza di reazione, a riprendersi, a rimettersi a vivere con le proprie forze. Quindi, i mesi successivi sono stati decisivi per la tua guarigione, anche per quanto riguarda il problema neurologico?

E’ stato difficilissimo. Non per mia colpa. Purtroppo il mio comportamento era a tratti insensato e con questo trattavo malissimo le persone che mi erano vicine. Per carità, non era intenzionale, avevo una carenza oggettiva: la connessione sequenziale del tempo si sommava alla rabbia incontrollabile per come ero diventata. Per fare un esempio, rimproveravo qualcuno di non aver fatto un qualcosa che gli avevo richiesto, quando l’aveva fatta qualche minuto prima, oppure pretendevo una precisione esagerata se non impossibile. Così ho messo a dura prova le relazioni. Poco alla volta sono andate tutte in crisi: il compagno i parenti e gli amici, sono “saltati” uno dopo l’altro, quando mi sono accorta che non mi capivano, ma non tanto perché fossi “pazza”, ma perché ero diventata un’altra persona, non ero più la Sabrina di prima. Solo con mio fratello Massimo ho conservato il legame, credo perché è più forte e profondo. Nel caso del mio compagno, dopo l’incidente ho cominciato a vederlo diverso da come credevo che fosse; ho avuto l’impressione che non mi abbia lasciato subito, forse per salvare la sua immagine, perché dileguarsi, lasciandomi in quelle condizioni critiche che ho decritto, gli avrebbe arrecato una pessima figura morale.

Ti ha abbandonata?

A dire il vero, alla fine sono stata io a lasciarlo. Mi trattava malissimo, non mi accettava più per quello che ero dopo l’incidente. Ho provato a continuare ugualmente la relazione, perché lui mi teneva in qualche modo aggrappato alla Sabrina di prima. Mi rendevo conto di essere diventata un’altra persona, ma nello stesso tempo avevo paura di avventurarmi nel nuovo e sconosciuto terreno in cui mi ero venuta a trovare. Poi ho deciso di accettare la sfida e vivere fino in fondo una nuova vita.

La rinascita

Disegno di Sabrina Giannessi

Nel libro che hai pubblicato a un certo punto appare un disegno, sembra una mappa. Cosa significa per te?

Ho tracciato un percorso, un viatico che mi vedevo davanti, semplicemente usando la matita e un foglio. Quanto è pubblicato nel libro, sono parti di un diario che avevo iniziato a scrivere.

Anche la copertina del libro è un tuo disegno?

No: è l’albero della vita. Ha una duplice valenza. Premetto che non sono stata mai entusiasta dei tatuaggi, per molte ragioni, ragioni mie che non mettono in discussione il tatuaggio in sé. Eppure quel disegno ho voluto farmelo tatuare sulla spalla. (si gira in modo da farmi vedere il tatuaggio, fatto in una parte opposta e corrispondente a una grande e profonda cicatrice, poco sotto l’omero, ndr.). E’ l’unico e ultimo tatuaggio che ho fatto. Non ne farò altri. la sua funzione è bilanciare nel mio sentimento interno e profondo una cicatrice che poteva essere la mia morta, con un segno opposto di vita.

Nel percorso che hai intrapreso, il disegno spiega molto, hai, si può dire, compiuto un passo nel buio, avendo consapevolezza da dove partivi, ma, non conoscendo il tuo nuovo approdo?

Ho cominciato a provare e sperimentare di tutto in ambito psicologico e psichico. Sono stata in cura e ho provato alcune pratiche come la trance ipnotica. Finalmente ho capito cosa dovevo fare: smettette di guardare al passato, a cose e modi di essere che non ero più in grado sostenere, sia fisicamente che psichicamente. Ho preso atto del mio nuovo modo di essere, ho cominciato ad accettarlo, a capirlo, a conviverci nel migliore di modi possibile.

Sabrina Giannessi – Foto di Pino Timpani

Questa scelta ha prodotto delusione in chi ti era vicino?

Tutti intorno a me aspettavano e reclamavano la Sabrina di prima. Ma non ci poteva essere nessun ritorno, perché quella Sabrina non c’era e non ci più essere. Più che una scelta, o un torto verso chi mi voleva e probabilmente mi vuole ancora bene, è stato un atto di coraggio. Ho provato a spiegare che anche a me sarebbe piaciuto tornare “quella”. Ho tentato, tornando al lavoro di prima. Ma mi sono resa conto che potevo provocare solo danni.

Di che lavoro si tratta?

Ero impiegata amministrativa con molte mansioni nell’azienda di mio fratello. Lui ha fatto di tutto per aiutarmi. Ma non ero più in grado, come ho appena detto, di essere utile e produttiva. Non possiedo più la capacità di accettare e fare un qualcosa che non sento giusta e utile per me, il dovere adeguarsi e sottostare a un qualcosa che non mi piace o non capisco, ma la devo compiere, così, per formalità o per far piacere agli altri. Non so come si può definire. Forse è egoismo o non so cosa. Di fatto la mia rinascita è iniziata quando ho smesso di confliggere con me stessa, di forzarmi a fare cose che non avevo il piacere di fare e che mi facevano soffrire. Ho capito che in questo non c’è assolutamente nulla di negativo: se non piaccio così come sono, non è obbligatorio accettare e condividere per forza il mio modo essere, si può farsene una ragione e andare oltre, scegliere altro. Il mondo e la vita presentano infinite possibilità e opportunità alternative. Quindi ho deciso di cambiare totalmente, inventarmi una nuova attività, aprire questo negozio.

Perché proprio un negozio di oggettistica?

Ho fatto più di 30 anni l’impiegata amministrativa, tanto da maturare una notevole esperienza ed essere in grado di gestire diversi incarichi. Ma quando ho ripreso, le mie attuali carenze, possiamo dire, per semplificare, come la memoria breve, erano assolutamente incompatibili con quel tipo di lavoro. Ho pensato di provare a dedicarmi all’attività commerciale, un campo che non avevo mai praticato. Ho scelto l’oggettistica, perché il settore alimentare avrebbe richiesto un tipo di licenza con altri permessi e più complicata da ottenere. L’idea di dedicarmi al commercio è nata quando ho cominciato a lavorare come volontaria alla Bottega Equo Solidale che c’è in piazza del Comune. Mia cugina mi ha spinto a provare l’esperienza, convincendomi a superare alcuni dubbi: non sentendo da un orecchio e con un occhio messo male, avevo il timore di non essere all’altezza, di non saper trattare con i clienti. Invece è stata un’esperienza formidabile: ho scoperto un mondo fatto da tanti volontari che si dedicano con passione nel sociale; il provare piacere di fare del bene al prossimo. Mi ha fatto maturare la consapevolezza che questo tipo di attività, lo stare in relazione con le persone, il proporre un oggetto che può avere un senso e una gratificazione, perché non è solo una merce, ma ha anche un contenuto e un utilità, è bello, è appagante. Ho fatto un ulteriore passo e ho deciso di aprire un negozio mio. Certo non ci sono gli stessi contenuti di Equinozio, perché loro sono in un circuito di carattere globale e hanno come finalità l’aiuto dei paesi svantaggiati, senza scopo di lucro. La tipologia del negozio non fa concorrenza agli altri esercenti vicini, perché i prodotti in vendita sono scelti da me, secondo il mio particolare gusto e in base a quanto mi propongono i venditori.

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