il significato della memoria

San Fiuran

Novecento

L’istantanea che inquadra Villa San Fiorano all’inizio del 20° Secolo è fantastica. Il sindaco Lorenzo Daelli ha portato in paese energia elettrica e gas. Da Monza parte a doppio binario la linea ferroviaria, elettrificata, in direzione Lecco mentre con la Monza-Carate anche Villa San Fiorano avrà la sua stazione.

La secolare pietra d’angolo che indica il sentiero per Vimercate, direzione Cavallera-Oreno e di cui non si riesce a decifrare l’unità di misura

Le prime tessiture (Daelli, Ghezzi, Tronconi, Cambiaghi), le filature (Perego, Galbiati), hanno già implementato telai a vapore che moltiplicano la produttività dando lavoro a centinaia di maestranze, donne soprattutto.  La Sbianca è attiva da quasi mezzo secolo, dal giorno in cui i bugandai Gianmaria e Luigi Rossi presero in affitto una cinquantina di pertiche di terra attorno alla Villa Vecchia  per dare il via ad una dinastia imprenditoriale che prosegue ancora oggi la sua  narrazione.


La Curt da Zetu (seconda a sinistra nel nucleo storico)

Infrastrutture modernissime fanno da trampolino di lancio a una escalation socio-economica mai vista. Da Monza si espande un’industria che ha enormi prospettive di sviluppo:  la Tagliabue Lubrificanti è già qui dal 1847, l’Oleificio Tornaghi di via Cellini ha ottenuto un binario di interscambio che gli entra direttamente nei capannoni: eccezionale! Ma cos’era successo?

La Curt da Zon (primo cortile entrando a sinistra)

Un sommovimento epocale. La prima Rivoluzione industriale è uno tsunami. Determina in brevissimo tempo una clamorosa inversione di tendenza: le antiche rendite fondiarie impallidiscono al confronto con le nuove prospettive offerte da investimenti finanziari e immobiliari. Pochi anni prima, come se non bastasse, l’attività agricola, soprattutto legata alla coltivazione della vite era stata devastata dall’invasione della fillossera, un micidiale parassita che aveva praticamente posto fine ad una risorsa secolare.

Il vecchio pozzo ristrutturato nella Curt da Zon

Vigna restava  un modo di dire in uso esclusivo a quella generazione che ne aveva conosciuta la civiltà.

Al suo posto nasceva la bachicoltura. Tutti quanti allevavano bachi  da seta in casa, in  soffitta, persino in camera da letto. I cavalée producevano quei preziosi bozzoli: gallette, essenziali per le filande della seta affamate di materia prima. Per un sacco di famiglie  un lavoro autonomo facile e redditizio. A cavallo del secolo verranno censiti 1858 abitanti e 6382 piante di gelso, muròn, delle cui foglie si nutrivano le simpatiche larve

Cherubina Ferrario

Ventesimo Secolo. I conti Cavazzi della Somaglia, l’ultima dinastia dei latifondisti titolari della Possessione della Villa che comprendeva una buona metà di tutto il territorio Villasanfioranese (ma lo stesso vale per le famiglie  nobili Corti e Osculati, freschi proprietari dei fondi intorno alle cascine San Fiorano e Recalcati), decidono di lottizzare le loro proprietà al fine di monetizzarne il valore. In breve,  decine di famiglie di agricoltori colgono la concreta prospettiva di trasformarsi da coloni in coltivatori, da proletari in proprietari poggiando ciascuno il proprio progetto di vita su una piattaforma di sicurezza che viene loro offerta,  con abbondanza, dall’allargamento delle fonti di lavoro e di reddito.

Nel frattempo, sullo sfondo, si muovevano le petizioni finalizzate all’unificazione con La Santa.

 (Riferimenti storici da: Villa con San Fiorano Parte III di Guido Battistini dal sito www.lastoriadivillasanta.it)

                                                                                                                                              …a Ferruccio Sala.

Al di là del Treno: San Fiorano City

Loro non erano né tra Quei d’in sù e nemmeno tra Quei d’ingiò. Loro erano altro.

Una terza posizione che gli derivava da un’antica autonomia territoriale.  Tutto ciò ha rappresentato, per almeno mezzo secolo, un nodo di non facile soluzione. Persino nella parlata, un dialetto chiuso a doppia mandata, si tendeva a proteggere quello spiritello autoctono che di tanto in tanto riaffiorava. Solo  negli ultimi decenni, col mutare delle generazioni,  tutto ciò si è via via sbiadito sul percorso di una progressiva integrazione.

Coscritti della Classe 1941 alla visita di leva: Prima fila, da sinistra: Mario Zardoni, Sandro Saini, Marco Manzoni, Franco Beretta. In seconda fila: Alessio Valaguzza, Antonio Locati e Oreste Ferrario.

D’altro canto San Fiorano è stata a lungo una comunità orgogliosamente autosufficiente: basata su pochi ceppi familiari che annotiamo in ordine accuratamente alfabetico: gli Andreoni, i Biella, i Biraghi, i Bosisio, i Bramati, i Cazzaniga, i Colombo, i Ferrario, i Locati i Merlo, i Motta, i Paleari, i Piazza, i Pozzi, i Saini, i Sala e gli Zardoni;  tenuti insieme da un idem sentire tipico della civiltà contadina. Un mix di valori condivisi (direi la concretezza, in primis…), attorno a cui si è liberato rapidamente il passaggio da Albero degli zoccoli al clima di diffuso benessere che ha profondamente  mutato il profilo di San Fiuran.

Riveduto e corretto, è rimasto il nucleo storico a testimoniare l’imprinting ma La Cascina è ormai un quartiere di circa tremila abitanti e quel dialetto ostinato appartiene al passato.

La Banda dei Piedi Neri

Pazzi.  Incoscienti. Piccoli fuorilegge di quelle lunghe estati dei ’50, bruciate nelle campagne fra le due ferrovie. Noi, (Sant’Alessandro), vagamente monelli; un po’ sbruffoni ma, tutto sommato, fenomeni da oratorio.

Settimana Villasantese 1964. San Fiorano si aggiudica il trofeo battendo in finale Sant’Alessandro. Da sinistra, in piedi: Carluccio Sacchi, assessore allo sport, Stefano Mariani, Sergio Villa, Vincenzo Ornaghi, Enrico Ferrario, Massimo Colombara e un giovanissimo Renzino Rossi con Sandro Saini ed Angelo Piazza. Accosciati, da sinistra: Luigi Merlo, Peppino Malegori, Aldo Nava, Angelo “Muci” Cazzaniga, Silvio Bestetti e Giancarlo Paleari

Loro, (San Fiorano), una  banda di selvaggi pellerossa che avevano appena dissepolto l’ascia di guerra.

Piazzavano i chiodi sulla rotaie  del treno e si acquattavano in attesa che le ruote  li avessero spiattellati. Li raccattavano e li fissavano in cima alle frecce che, trattandosi di bacchette d’ombrello, erano già di loro discretamente omicide. Scoccavano dall’altro lato della ferrovia infrattati fra i cespugli lanciando urletti allucinati quando capivano di aver colpito qualcuno. E’ vero; non ho avuto mai notizie di gravi ferite ma so per certo che in quei pomeriggi  estenuanti  ci saranno voluti angeli custodi a tutto spiano per salvare il salvabile.

Su tutto questo però, quello che resta incredibile é che, la domenica dopo in oratorio, oppure alla ripresa dell’anno scolastico alla Fermi, quei malnatelli dei Piedi neri di San Fiorano ti sfidavano con sguardi aguzzi come per avvertirti: Okkio! Noi l’ascia di guerra non l’abbiamo mai sepolta!; Sti piccoli bastardi !

Antonio Locati (a sin.) che ci ha gentilmente messo a disposizione il suo clamoroso giacimento di immagini e che ringraziamo di cuore. Al suo fianco Ferruccio Sala, cui è in gran parte dedicato il lavoro di ricerca storica.

2 Comments

  1. Anche se non sono nativo di Villasanta, è sempre un piacere leggerne la storia… Non vorrei sbagliarmi, ma sulla pietra, tempo fa su “sei di Villasanta”, si era discusso proponendo varie ipotesi.

  2. Premessi doverosi ringraziamenti per l’apprezzamento. Sarebbe bello dare fondo ad una ricerca seria sul “geroglifico” nascosto su questa pietra secolare. In altre parole, dati luoghi ancor oggi molto ben identificabili, tradurre qual è l’unità di misura riportata sul cippo. Grazie e buon lavoro…

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