il significato della memoria

Palasètt

Un luogo che, a suo modo, si stacca da quelli che si specchiano sulla Statale 36.

Ul Palasètt  è stato pensato per offrire un alloggio civile a chi fosse alla ricerca di un lavoro a breve distanza, in questo caso prevalentemente il Nastrificio Cambiaghi, con beneficio, s’intende, di tutto quel dedalo di magazzini, laboratori artigianali,  capannoncini con lucernario che completavano un originalissimo skyline.

Ul Palasètt visto dall’alto dell’edificio Comunale

L’isolato si articolava su tre cortili che partivano da piazza del Comune, proprio alle spalle della Pora Dona (praticamente l’attuale Ufficio Postale), adiacente all’Oratorio maschile e si spingeva fino alla Ghiringhella, (che scorreva a margine dell’attuale Scuola elementare Oggioni).

Decine le famiglie che animavano quei palazzi a ringhiera e, misteriosamente, vibrazioni di fondo che non si spegnevano mai: tramestio d’attrezzi, martellate, bambini, richiami, passaggi. Non saprei come dire; quei cortili mi hanno sempre offerto l’idea di eccitazione al governo.

L’ingresso da piazza del Comune

Il palazzetto, certo, era pure munito di elegante cancello in ferro battuto, solo che non l’ho mai visto una volta chiuso, né di notte e nemmeno nelle feste comandate: era lì soltanto a confermare la fama di un luogo in cui non si dormiva mai.

E questa immagine ci offre la ghiotta opportunità di ricordare due donne che sono appartenute in pieno alla storia di quella Villasanta . La prima è Pina l’inferméra, donna asciutta, austera, vestina scura,  avara di parole.

Passava di casa in casa, inviata dai medici dove c’era bisogno di una iniezione, medicine, assistenza sanitaria. Si spostava in bicicletta per tutto il paese e, quale che fosse il giorno, non aveva tempo da perdere.

A occhio e croce avrà percorso almeno dieci Giri d’Italia: uno spettacolo di Brianzolitudine!

L’Oratorio Maschile Redentore

L’altra è la figura della bellezza femminile a tutto sesto: Maria Levatrice: consulente, compagna, complice di centinaia di mamme in attesa, le ha prese per mano una dopo l’altra per una e più volte fino sui tavoli di cucina dove queste donne finivano per scodellare figli in rapida successione. Donna di straordinario profilo culturale, ha rinunciato a diventare mamma a sua volta, per esserlo centinaia di volte. Maschietti e femminucce nati dal ’35 al ’55  che nel Codice fiscale si trovano la sigla “M017” lo sanno, vero, che hanno avuto una mamma bis.

Le hanno infine attribuito la benemerenza cittadina con una motivazione evidente: cavaliere dell’amore, che altro aggiungere.

Del resto perché stupirsi: i maschietti della classe 1947 di Villasanta, sottolineo solo i maschietti, riempiono due classi alle elementari, la sezione A, maestro Giuseppe Battistini, 45 alunni; la sezione B, maestro Mario Natalizi Baldi, 40. Poi c’era tutta l’altra metà del cielo di cui non ho contezza esatta, ma erano certamente più dei maschietti.

momenti di vita in ringhiera

Si capisce bene che nelle famiglie mancasse la Tv, non certo la gioia di essere tornati alla vita. Ed è proprio questo, in definitiva, l’elemento caratterizzante del Palasètt.

Vi vivevano i Cazzaniga, i Villa,  i Calloni, gli Arrigoni, i Locati, i Magni, i Buratti, i Calvi, un ceppo di Cambiaghi e una prima apparizione di famiglie di immigrazione.

L’aneddoto in più, riguarda il Palasètt per la sua contiguità con l’oratorio maschile. Roba da piccoli delinquenti abituali.

La grande rete metallica che partiva dalla mura di cinta per altri tre metri, divideva il campo di calcio sterrato dell’oratorio, proprio dagli orti del Palasètt. Era munita di un pertugio che serviva in caso di recupero palloni.

momenti di vita nella piazza Comunale

Ebbene, finite le ore dei giochi e chiamata l’adunata per la dottrina, i più spavaldi di noi non esitavano ad arrampicarsi sopra le toilettes arrivare al pertugio e lanciarsi nella via di fuga. Era una vera e propria evasione da Papillon e la’ fuori sembrava che ti accogliessero dei complici.

Pura cronaca nera anni ’50. Quella domenica, però, qualcosa andò storto. Misero un piantone a guardia del pertugio (un altro era già piazzato all’ingresso): eravamo in trappola. Tutti.

La nostra classe, per l’ora di dottrina, si riuniva nel salone che fungeva anche da cinema, palestra e attività varie, secondo i giorni e gli orari.

Il nostro maestro di dottrina (di cui non farò il nome), volle ammonirci per quella che, secondo lui, era la pessima abitudine di non frequentare quell’appuntamento di formazione.  

Ah, non vi ho detto che in oratorio (e soprattutto lì, dove un paio d’ora più tardi si sarebbe proiettato un film), erano collocate delle simpatiche panche pieghevoli, a uno, due o tre posti.

Eravamo metà di mille…

Foto di classe nativi 1947. Maschietti, quinta elementare sez. B, affidata al maestro Mario Natalizi Baldi,  Scuola Enrico Fermi Anno scolastico 1957/58.  Sì, insomma, proprio noi, quelli che a causa di una presunta cagionevolezza vantano il più sgradevole dei record, le dipartenze premature. Il pettegolezzo è una brutta cosa, la realtà è che siamo metà di mille quindi quantitativamente più esposti alle intemperie della vita.

Comunque la pensiate, nella foto iniziamo dalla colonna di banchi in primo piano: da sinistra a destra, al primo banco Vittorio Assi con Claudio Pennati, dietro di loro Giuliano Fontanesi con Luigino Tagliabue, Angelo Maggioni con Massimo Merlo, Peppino Scaccabarozzi con Ambrogio Sala. Seconda colonna: Luigino Daelli con Pietro Isella, dietro Mario Zonca con Giampietro Pirovano, Osvaldo Noli con Edoardo Zappa, io con Mimino Greco, Felice Radaelli con Giulio Sirtori, Cesare Ballabio con Giovanni Rossi. In piedi, il primo è Natalino Brambilla, seguono Felice Teruzzi, Enrico Corno, Massimo Piazza, Giovanni Mondonico, Vittorio Sala, Ezio Arrigoni, Vincenzo Levati, Renzino Rossi poi c’è il maestro Natalizi e dietro Lamberto Pirovano, Mario Porta, Elio Lesini, Angelo Pennati, Benvenuto Ancri, Luigino Radaelli, Paolo Manzoni, Angelo Augustin e Roberto Fregonese. Evidentemente, quel giorno c’erano due assenti.

Ebbene il sermone non era ancora terminato che il mio amico G. Fuego, uno di poche parole e ancor meno sorrisi, prese una panca a un posto. La ripiegò con cura e da una decina di metri la scagliò contro il maestro, La sedia lo sfiorò a non più di venti centimetri dalla tempia sinistra. Gelo in sala. Silenzio.

Ul Campétt

Niente parcheggio, niente caserma dei Carabinieri nè ville nè tantomeno asilo Tagliabue.

Dalla scuola elementare Fermi, appena inaugurata, siamo nel ’54,  fino alle case Fanfani, anche quelle nuove di pacca, c’era solo spazio, niente circonvallazione, nemmeno il sottopasso, quello era il nostro Circo Massimo.

Ul Campétt stava lì tra scuola e  ferrovia. Era un campo di calcio a geometria variabile, nel senso che si iniziava alle 13,30 circa, magari 4 contro 4 e si finiva al tramonto a volte 9 contro 9, che spesso nulla avevano a che vedere con chi aveva cominciato la partita.

L’importante era entrare in campo in due; uno di qua, l’altro di là. Arretravi un po’ le pietre che facevano da porte e c’era spazio per tutti. Poche regole, ben chiare: tre corner = un rigore e, drasticamente: chi si ritira, perde!

Più che partite di calcio ne sortivano polverose tenzoni  fra piedi ruvidi e muscolarità strappate all’edilizia. Micidiale!

I miei prodi? Eccoli: Massimo Nordhal Merlo,  irriducibile, sanguinoso, insaziabile veneziano del gol. Poi, come non ricordare Il genio fragilissimo e sfortunato di Augusto Ricagni Calloni e, un spanna sopra a tutti, Renzino: finta mortifera, castagna che ti lasciava il segno e per il resto puro velluto.  Velluto sopra un campo di patate. Già, Renzino, Il più bel fico del bigoncio! E, col permesso di Dan Peterson: Per me numero 1

…ad Augusto Ricagni Calloni amico fragile e senza fortuna. 

Un ringraziamento alla cortesia di Antonio Locati che ci ha fornito le foto paesaggistiche, e alla famiglia Cazzaniga per le foto degli abitanti.

One Comment

  1. Ogni volta che mi capita di guardare le diverse foto storiche del paese mi chiedo come sia stato possibile arrivare al risultato odiermo. E’ stata cancellata quasi tutta la villasanta storica in onore del cemento e di palazzoni senz’anima.Peccato .

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