il significato della memoria

Bergamina

L’inquadramento storico di Guido Battistini illustra bene, anche nei dettagli, l’origine e l’importanza di questo cuore antico de La Santa.

Issor – La Bergamina dopo la nevicata

La Bergamina (o Bregamina); questo bisticcio lessicale riguarda noi un po’ come tutte le altre località omonime sparse per tutta la Lombardia, vide nascere e diffondersi, attorno ai propri corsi d’acqua, l’attività del lavaggio per conto terzi; quello di pagn, (dei panni).

Una risorsa primaria che si è sviluppata per oltre un secolo tra dure fatiche spesso deprezzate, sacrifici enormi da parte di  famiglie che, senza alternative,  si arrabattavano in turni collettivi, instancabilmente, sette giorni su sette tutto l’anno.

(L’altra faccia del lavandaio: Ul lavandée da tela, cioè di pezze lunghe provenienti da tessiture, la tratteremo quando sarà la volta dei luoghi circostanti la Vila Vegia.)

La figura-simbolo dello sbatòn,  di colui cioè che durante la fase di risciacquo, rimanendo acquattato nella sua botola, (tinello), a pelo d’acqua, sbatte i panni sulla pietra per ottenerne un lavaggio più profondo, è a modo suo celebrata dalla statua bronzea di Maurizio Dusio, la Lavandaia,  di recente ricollocata in piazza Gervasoni in una versione che ha suscitato qualche perplessità.

Sono le famiglie Rossi, i Ballabio, i Radaelli prima e poi i De Melgazzi a portare avanti questo lavoro nato in riva alla roggia dei Frati, sotto lo sguardo  protettivo  di San Gaetano, unico testimone sopravvissuto a quel romanzo popolare. Nel corso degli anni verranno a rafforzare la piccola comunità i Bonfanti, i Brambilla, un altro ceppo di Ornaghi ed altri ancora.

Nella seconda parte dell’Ottocento avevano aperto due trattorie: la Primavera della famiglia Erba, I Gugnétt per intenderci, e quella del Cacciatore cioè Ul Mundu: locande che per svariati decenni daranno un lustro speciale a Villasanta.

La prima era molto nota nei paraggi, vi si ospitavano  banchetti matrimoniali anche importanti. Il dagherrotipo, (sì, insomma, le foto seppiate di una volta), mostra ospiti che arrivavano in calesse.

Il menu proponeva prelibatezze tipiche della bassa Brianza e specialità a base di pesce d’acqua dolce. Piace l’immagine dei camerieri che, terminato di impiattare il risotto alla monzese, collocavano lo stegnàa, (la pentola), in un angolo, dove i bambini ne facevano una pelle della parte più buona: le croste di riso che rimanevano rapprese sul fondo.

L’altra trattoria invece, più versata nella cucina di selvaggina, aveva in Amedeu, e soprattutto nel mitico Franco dal Mundu un vero patròn burbero e benefico che dettava tutti i giorni il suo personalissimo mangér à la carte: prendere o lasciare.

E chi lasciava… Si era ritagliato una clientela dialettale, affezionatissima, tutt’altro che sparagnina. Cenare nella sua locanda era un privilegio, i coperti una ventina. Quando poi si trattava di cucinare lepri, fagiani, pernici e cacciagione appena frollata, beh il Franco dava il meglio di sé. La sua fama veniva da lontano.

Fu probabilmente per una serie di felici coincidenze che la Bergamina diventò, nel Secondo dopoguerra, la nostra piccola Montmartre.

Un giovane prof. Giuseppe Colombo vi colloca il suo timido studiolo di pittura. Gli faranno seguito in breve Fortunato Ornaghi, Carpanelli, lo scultore del legno Zagato fino a Mario Caspani che vi ricava ancor’oggi quelle sue sorprendenti creazioni .

A pochi passi da loro Luciano Bramati scopriva a sua volta il proprio generoso talento artistico figurativo.

Ma il vero genius loci della Bergamina non può essere che Issor, narratore in linguaggio pittorico naif di quella poetica della natura e della coesistenza con essa che l’ha avvolto fin da bambino.

Un artista inconsapevole, il cui tratto autentico è riconosciuto da trent’anni in mezza Europa.

Issor, che è stato tra i protagonisti delle stagioni infinite della fatica, coltiva tuttora la sua visione poetica; la narrazione di un sogno che è diventato un’invocazione. Un immaginifico infantile che ai tempi del Coronavirus ha rafforzato senso ed energia. Di interrogarci a fondo, tutti quanti.

ALBORELLE FRITTE IN CARTOCCIO

Pescare un certo quantitativo di alborelle (Sembra siano riapparse dopo un ventennio, sotto i ponti di Lecco, ma attenzione, quantitativo massimo, mezzo chilo al giorno. Quanto al Lambro…beh, di cosa stiam parlando ?).

Se eravate in compagnia ed anche gli altri hanno fatto il pieno, bene, lavatele con cura nel lavandino di casa. Asciugatele alla meglio e passatele in abbondante farina bianca. A questo punto tuffatele, un poco per volta, in abbondante olio bollente, (preferibilmente  di buona qualità), acceso sul fuoco. Lasciatele friggere per un paio di minuti, poi togliete  con una reticella e lasciatele asciugare su carta assorbente. Infine fatene un bel cartoccio per voi e condividete con gli amici. Si divorano anche le lische ed è assolutamente un ottimo spuntino.

P.S. C’è chi gradisce anche  una fettina di limone. (Perché no, perbacco! Sono permesse anche patatine al forno. Purché non sia ketchup !)

IL BURBERO BENEFICO

Cenare nella sua locanda ? Per noi ragazzi Mission impossible.

Ci trattava a pesci in faccia: Viàltar hi mai capìi nigòtt ! tutte le volte che gli passavamo davanti. Temo alludesse a vaghe motivazioni di ordine politico, d’altronde… un’estate, incredibilmente, ci concesse di usare il campo da bocce, previa minaccia di addebitarci eventuali danni da incapacità.

Il gioco comunque era scoperto; il suo sguardo non riusciva a dissimulare che il signor Franco, l’inarrivabile  Franco dal Mundu ci voleva bene. Sì, era un papà burbero e benefico.  In ogni caso, per noi,  di cenare nel suo locale non se ne parlava. Fino al tentativo in cui l’Ernesto, per forzare, rivendicò persino un rapporto di parentela che, alla fine, diede il risultato sperato. Va detto, per la verità, che il Franco stava tirando un po’ i remi in barca; la stanchezza si faceva sentire e ormai cucinava solo per i pranzi. Cene solo di rado e per eventi speciali. E il nostro, a quanto pare, rientrava in quei casi.

Entrammo in quel locale come fosse un tempio, un museo, un luogo di studio. E, a modo suo, la Trattoria del Cacciatore lo era. Innanzitutto perché ultima testimonianza di una tradizione secolare: Michée Tulòt, Lùisen, i Gugnétt e ul Mundu, appunto, friggevano alborelle del Lambro, salamelle e servivano nervetti accompagnati da Pincianèl a buon mercato fin dal secolo prima. Poi perché di quella civiltà nostrana, appunto, Ul Mundu era l’ultimo stendardo.

L’arredo era rimasto immutato almeno dal dopoguerra, credo. Il che non significa logoro o malmesso: solo vintage. Un modernariato autentico, incorniciato da ornamenti di origine agricola, bottiglie di vino d’annata e, su tutto, un solenne naif di Issor, uno dei suoi primi lavori, credo, che si incastonava alla perfezione in quel clima di genuinità, di pulizia, di dialetto e di sapori.

Non ci fu il tempo per ordinare, anzi non era affatto previsto. Ci servì personalmente un risotto ai fegatini Ul risòtt cun la musca che egli stesso si mise ad assaggiare al tavolo accanto, con il grembiule arrotolato in vita. Il tutto abbinato con un pretenzioso Rosato del Trentino.

 Intanto la signora Vittoria, dolcissima e leggera, raccoglieva la biancheria fresca di stiro e salutandoci saliva verso la camera.

Incredibile. Avevamo cenato dal Mundu con il leggendario Risòtt cun la musca ! Un evento che, di per sé, valeva alla grande il prezzo del biglietto. A proposito: non mi ricordo quanto sia costata quella cena. Non mi ricordo nemmeno se abbiamo pagato il conto quella sera.  

Per tre ore abbiamo vissuto in un fantastico film.

Issor – Lavandaie al Lambretto

LA SPIERLA (O SPIEURLA), INSOMMA IL GIOCO DELLE FIGURINE

I più ricchi, si fa per dire, le figurine le compravano in bustina, dalla Maiocchi in via Garibaldi oppure dalla Sala, in via Mazzini, per qualche decina di lire, e questo permetteva loro di cominciare a riempire album e scambiarsi le eventuali doppie con il gioco del celo – manca. Ma questa è tutta un’altra storia.

Noi, al contrario, il sabato pomeriggio dopo la confessione (A proposito…cinque confessionali aperti, nel senso che ospitavano altrettanti confessori e noi in fila ad attendere il proprio turno). Sembra incredibile ma ci confessavamo a centinaia in quei pomeriggi di sabato e mi sono sempre chiesto cosa diavolo ci fosse da confessare ma vabbè; anche questa è tutta un’altra storia.

Usciti di chiesa ci si fiondava in via Bestetti, alla Tipografia Ambrosiana, (attuale palazzo a specchi), dove, arrampicati ai finestroni, aspettavamo che i macchinisti stampatori e le donne di tipografia ci passassero le strisce di scarto fresche di stampa su cui apparivano una dozzina e forse più figurine.

Una volta a casa si trattava di tagliarle con le forbici e separarle una dall’altra, così sarebbero sembrate figurine ufficiali come quelle acquistate in cartoleria e avrebbero costituito adeguato patrimonio per poter partecipare ai giochi in cortile. Sì, però.

C’era la figurina di Alan Ladd, di Clark Gable, Pedro Armendariz, Lana Turner, Debora Kerr, Zsa Zsa Gabor oppure di Gino Bartali, Lennart Skoglund, Giorgio Ghezzi, Nils Liedholm, Cucchiaroni, Kurt Hamrin e un sacco di altri campioni del mio tempo che non avresti mai e poi mai messo a rischio in nessun gioco. (No, Pizzaballa no. Non era ancora sceso in campo…)

Una delle sfide più crudeli era il bùsciòn. Ognuno doveva mettere in palio tre o quattro figurine,  per volta; collocarle in cima a un tappo messo al centro di un cerchio tracciato per terra. Chi riusciva a colpire a volo il tappo, da una distanza di una decina di metri circa, facendo volare in aria le figurine, diventava immediatamente legittimo proprietario di tutte quelle che erano atterrate fuori dal cerchio. Le altre le si disputava rasoterra, senza più il supporto del bùsciòn.

Chiaro a quel punto: ci si doveva munire di una pietra (o spierla o meglio spieurla che dir si voglia), che per dimensioni, peso, compattezza e soprattutto levigatura, meglio si adattasse allo scopo. Anche qui; chi era in grado, si faceva portare fuori dalle officine meccaniche delle splendide ranelle di ferro. Gli altri dovevano cercare la propria personalissima spieurla preferibilmente nelle rogge. I Sass da rogia, ovviamente, sono stati a lungo levigati dall’azione della corrente, quindi strisciano sullo sterrato aumentando le possibilità di trascinare fuori dal cerchio quante più figurine possibile. Ammesso che qualcuno dei tuoi avversari non sia arrivato prima e meglio di te sottraendoti l’intero malloppo.

L’avevo detto che si trattava di un gioco crudele! Adesso voglio la rivincita, poi ancora e ancora.

Per tutto il pomeriggio. Rivoglio tutte le mie figurine.

Un ringraziamento al contributo di Giovanni Rossi (Issor), in particolare per averci consentito la riproduzione delle sue opere.

altre opere di Issor sono visibili a questo indirizzo

Ringraziamo anche i fotografi Michele Pellegrino e Bartolomeo Ferrara per le immagini tratte dal suo libro Immagini Ritrovate.

2 Comments

  1. ERNESTO MAGGIONI

    bellissimo ricordi. Del Mumdu non ho precisi ricordi ma ne ho sentito parlare.
    Al gioco delle figurine ho giocato tanto e la SPIEURLA mi ricordo la cercavamo lungo la strada che stavano facendo dal MASSIRONI alla provinciale.
    avevo 10/12 anni. Spero di leggere altri di questi ricordi

  2. tutti questi ricordi mi fanno sentire ancora bambina. grazie.

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