il significato della memoria

La Madunina

 “Ho salutato le lavandare che sbattono panni dove la roggia fa gomito e l’acqua è bassa. Dai lastroni di pietra schiumosi di sapone, su cui sono inginocchiate, m’hanno risposto volgendo in su il volto in sudore, tutto solchi come la terra, allargando nel sorriso le bocche in rovina…”

Sì, siamo alla Madonnina.

E quando puoi disporre di un incipit di questa efficacia, tratto da Passeggiata d’Aprile di Ada Negri, tutto il resto passa in second’ordine. (qui la poesia al completo).

Specie il nostro approccio a Cascina Redaelli: davvero troppo pop a questo punto: Sa ta sei mai burlàa dent in da la rogia ta se minga da la Madunina! traduzione superflua, spero. Ma è proprio questo profilo popolare che ci interessa raccontare, quello della roggia Ghiringhella e dell’osteria del Bota;  di un’umanità ancora una volta sospesa fra i campi e il futuro. Quella degli inverni interminabili e di una primavera che, stavolta, forse arriverà

Il tutto sotto l’amorevole sguardo della Madonnina che, per la precisione, appare in compagnia del Bambinello e di San Giuseppe, in una effigie oggetto di culto, al punto da rinominare tutta quanta la cascina.

 Già; quell’affresco artisticamente anonimo,  corroso dal tempo e dagli eventi bellici era rimasto lì, da illo tempore, defilato, nella sua edicola a due passi dalla roggia, all’angolo del crocicchio. Subito dopo la seconda Guerra, come fosse un segno di concreta gratitudine Per Grazia ricevuta, si decide di conferirle nuova dignità, riproponendo la medesima immagine, realizzata su piastrelle, affidando il restauro agli Artigianelli di Monza.

Ma da dove nasce questa devozione.  Semplice: dal retaggio culturale tipico dell’ambiente rurale ma anche dalle alterne vicende che, un  giorno sì e l’altro pure, a causa dei fumi della nebbia o per quelli, più prosaici, dell’alcool, si finiva in acqua con tutta la  bicicletta. Ebbene, statistiche alla mano, a memoria d’uomo tutti salvi.  A chi pensate sia stato attribuito il merito?

E poi, vi è davvero sfuggito che anche oggi, fine anno 2020, la Madonnina sia ancora ornata di fiori bianchi e freschi?  E’ praticamente tutto l’anno che va così: è riaffiorata l’antica fede inconfessata con la quale si affrontano i momenti bui, quelli in cui vivere con prudenza sembra non bastare, perché il tuo destino non ti appartiene. Tutto l’anno tra i fiori di un amore misterioso: come un’altra guerra, come ottant’anni fa.

Alla Madonnina vivevano grossi nuclei familiari: i Corno, che possedevano ancora terreni stalle e bestiame. I Rossi di Fràa che vi avevano avviato la propria tessitura, i Mapelli lavandée, i Biella, gli Ornago Pustén, i Magni, i Motta, il ramo Paduànn dei Cazzaniga ed un ceppo dei Viganò. L’affitto lo si versava alla famiglia Pessina pagliai e carta.

L’osteria del Bota è un mondo in cui Si sbaglia da professionisti…. Agricoltori, cavallanti, operai; per decenni un clima da saloon. Con ovvie occhiate di  Carabinieri. No, né Camorra né Gomorra; solo morra. Sì, quel giocaccio urlato e un po’ farlocco dove chi perde paga da bere. E magari s’incazza anche, perché sente odore di fregatura.

Come quella volta che Ul Gerniètt fece una giocata sporca:  Dù. quattèr, trìì…ma gli scappò una mezza falange dell’anulare e lo sgamarono. T’e faa aposta!” “ No; l’è minga vera! E’ andata che alla fine il “Gerniètt” a muso duro ha sfoderato ul scighessén (falcetto)  sotto il naso dell’antagonista e sono accorsi i  Carabinieri, appunto…

Ulteriori approfondimenti storici sulla Madonnina si possono trovare nell’articolo di Guido Battistini

VILLA NOTARI

A pochi passi dalla cascina, su via Garibaldi proprio di fronte all’ingresso della Rsa c’è Villa Notari.

Una decina d’anni fa, la Giunta Merlo decise di collocarvi una grande targa in bronzo che ricorda il passaggio di Tommaso Filippo Marinetti ed altri importanti intellettuali italiani, fra cui la già citata poetessa Ada Negri. Senza la targa quell’angolo ormai poco significante scivolerebbe via nell’anonimato.

Invece per la prima metà del xx Secolo Villa Notari è stata una delle officine artistico- culturali più vivaci e combattive nello scenario di un umanesimo in fibrillazione.

Umberto Notari, bolognese di nascita e milanese d’adozione aveva spostato qui, nella periferia della periferia, la sede della sua importante creatura; la Casa editrice Istituto Editoriale Italiano che aveva già conquistato il merito di aver pubblicato i “Classici” italiani e latini, tradotti.

A Delia e Massimo Notari, nel frattempo, era già stata intitolata la scuola elementare che dal 1902 affianca il palazzo municipale di Villa San Fiorano in piazza Daelli e che in prospettiva costituirà il nucleo storico dell’attuale “Andrea Oggioni”. Ma è in villa che procede tumultuosamente la messa a fuoco di nuovi orizzonti.

Dal manifesto dei Futuristi l’adesione piena e convinta al fascismo è la naturale conseguenza. Da quel momento la figura di Umberto Notari diventa organica con quella propaganda di regime attorno alla quale tutto si tiene.

Il suo nome riappare, drammaticamente, nel 1939 fra i firmatari del “Manifesto della razza”, preludio alla tragedia che si annuncia.

LA MORRA (GIOCO PROIBITO)

I due giocatori abbassano contemporaneamente il pugno destro, distendendo all’istante una o più dita e urlando in simultanea un numero che varia da 2 a 10.

Se il numero urlato corrisponde alla somma delle dita distese (ricordare che il pugno chiuso vale 1), si dà un punto a chi ha indovinato. In caso di pareggio la giocata è nulla. E’ stabilito un limite di punti raggiunto il quale chi ha vinto ha diritto al premio.

Ed è proprio qui che arrivano a Carabinieri. Sì perchè troppo spesso il calice di bianco è  sì spruzzato ma di veleno. Quindi: “Morra. Game over!”.

GIOCO DELLA LEURA (O LIPPA)

Tagliare un manico di scopa a circa 60 cm. dalla fine. Di questo segmento tagliare altri 15 cm. circa e appuntire le due estremità come fosse uno di quei bei matitoni rossi e blu che usavano i maestri a scuola.

A questo punto stabilire una casa-base con un sassolone e appoggiarvi il manico da 45 cm. Chi riesce a colpirlo con la leura (il moncherino appuntito) da una certa distanza, si aggiudica la battuta mentre lo sconfitto è chiamato ad abbrancare al volo l’oggetto quando verrà lanciato (Si fa presto a dirlo…occhio ai bernoccoli).

E’ un po’ una sorta di baseball “de noantri”: si tratta di toccare con abilità una estremità della leura, farla roteare in aria e colpirla a volo lanciandola il più lontano possibile per rendere difficile il compito dell’avversario  di centrare il bastone lungo che torna a casa base.

Alla Madonnina,  dicono, ai bei tempi i “draghi” della leura riuscivano in tre colpi ad arrivare fino alla ferrovia: un campo da baseball lungo duecento metri: neanche allo Yankee Stadium di New York!

Per il resto: è più facile giocarla che darne spiegazioni. Credetemi.

Un ringraziamento a Gianni Magni per il simpatico amarcord e alle foto di Bartolomeo Ferrara tratte dal libro “Immagini ritrovate”. Un grazie anche a Michele Pellegrino.


Di seguito il testo completo della poesia di Ada Negri che racconta di una sua passeggiata nella San Fiorano di parecchi anni or sono citata come incipit in questo articolo.

PASSEGGIATA D’APRILE

Triste aprile, senza sole e senza tepore: oggi finisce. Anche oggi il cielo è coperto, e promette acqua; ma voglio uscire lo stesso;

voglio andare a ritrovar la scorciatoia che fra La Santa e Arcore attraversa i campi, fino alla strada ferrata. Tutt’i giorni ci venivo, lo scorso agosto, quand’ero qui per le vacanze. Le robinie che la fiancheggiano, dense di fogliame, la rendevano ombrosa e fresca come una navata di chiesa: di là dall’ombra, nel solleone, cielo e pianura conflagravano.

Oggi, sotto le nubi che trascolorano dal grigio perlaceo al grigio ardesia, il verde novello, lavato dalle piogge, ha una pastosità, una lucentezza di pittura appena buttata là con gran colpi di paletta. Diverso è il verde dell’erba da quello del frumento, ch’è quasi glauco, e delle foglioline dei gelsi, da poco spuntate, d’un finissimo tessuto serico a riflessi d’oro smorto. A brevi distanze uguali, e tutti uguali l’uno all’altro, dalle distese di trifoglio e di frumento io non vedo levarsi che gelsi: vanno vanno vanno, senza interruzione, senza ondulazione, sino all’ultimo orizzonte. Solo, qualche capanna di stoppia, qualche cascinale color mota, umile tra umili ortaglie. Se un filo di vento spira, le foglie del grano si flettono con brivido di onde, cangiando tinta; e ho l’illusione del mare.

Io voglio bene alla monotona pianura lombarda: somigliante alle cantilene delle madri sulle culle dei bambini che non vogliono addormentarsi, e com’esse penetrata di nostalgia. Dal suo cuore, che palpita in vastità e profondità di respiro, viene al mio un senso religioso: specie dove, ora, i campi di frumento s’alternano con quadrati di terra nuda, grassa, ben lavorata, a fior della quale verdeggiano, radi, i primi steli del granturco.

Se ne avessi il coraggio, mi butterei supina su quelle gonfie zolle, d’un bruno così ricco, d’una sostanza così cordiale. Mi pare che lentamente vi affonderei, senza dolore, senza coscienza, col cielo negli occhi: sarebbe, credo, la più serena morte.

Ho salutato le lavandare, che sbattono panni dove la roggia fa gomito, e l’acqua è bassa. Dai lastroni di pietra, schiumosi di sapone, su cui sono inginocchiate, m’hanno risposto volgendo in su il volto in sudore, tutto solchi come la terra; allargando nel sorriso le bocche in rovina. Poi ho infilato la scorciatoia. Ma è proprio quella?… Esito a riconoscerla, priva delle sue muraglie di verdura. Ai lati, i fusti delle robinie, sorgenti a gruppi dai ceppi aspri di nodi, drizzano i rami ancóra spogli, armati d’affilatissime spine.

Ignoravo che, sotto il manto estivo, le robinie celassero pugnali di simil punta. Sconforto e malinconia mi stringono il cuore: così m’accadde, quando scopersi un nemico in taluno che amavo. Timide fronde osano arrischiarsi sui più alti rami, con le fogliuzze socchiuse. Ma la loro gracilità e gentilezza di cosa appena nata dà un dolor di contrasto a vederle presso quegli spini, che hanno la durezza del ferro e il colore rugginoso del sangue in grumo.

Passando fra questi cancelli, formati dalla natura a difesa di non so qual minaccia, la memoria mi corre agli avanzi dei reticolati di guerra, lungo i pendii dell’Alto Adige e del Trentino. Se mi affaccio e spingo lo sguardo tra i vani dei grovigli, m’è forse dato rivedere, poco lontano, le file di lapidi uguali e candide d’un cimitero di soldati. Certi rami s’intrecciano in tondo, come la corona di Cristo: l’immagine del più grande supplizio si confonde con l’immagine del più grande amore. Per quale miracolo gli aspetti della fantasia, nella mia retina, si sovrappongono sempre a quelli della realtà, in modo così immediato, perfetto, da formare un’unica visione?… Ma perché me lo chiedo, se questa è la più pura ricchezza della mia solitudine?…

Eccomi giunta alla strada ferrata. Diritta, geometrica, con le lucide rotaie sfonda l’orizzonte alle due estremità, e taglia, al mio sguardo, la terra in due parti. M’attira: con la malia dell’ignoto, e il brivido del pericolo. Addossata a un palo, istantaneamente vedo (so che non è vero; ma vedo) da una delle estremità comparire la macchina di un treno. Tuff, tuff, tuff: il treno ingrossa, si snoda, divora il rettilineo: tra fumo, vento, fragor di ferraglia, mi fugge davanti in un baleno: in un baleno raggiunge l’altra estremità, s’inabissa nell’invisibile.

V’erano, ai finestrini, pallide facce di donne, uomini, fanciulli: tutte fissavano, con pupille intente, un misterioso punto lontano. E un altro ne passa, pieno di facce pallide, e un altro ancóra: la loro vertiginosa corsa mi fa vacillare, mi acceca in un ardor di vampata, quasi mi strappa dal suolo. Sono i treni della vita vivente: l’uno si precipita appresso all’altro, e non cessano mai d’inseguirsi, e non ritornano più… Con le mani agli occhi, piena di stordimento, quasi quella fantastica furia d’uragano mi avesse realmente investita, volgo le spalle, riprendo la scorciatoia fra le robinie.

Pesante si fa il cielo, e sempre più basso: il colore dell’aria è quello, incerto, che vedo nei sogni. Cammino a testa curva, per non più guardare le siepi di spine; e mi accorgo solo ora di certi fioretti, bocciati intorno ai ruvidi ceppi, e dalle loro crepe e spaccature. Radicchielle turchine, mentastri violetti, stellucce senza nome, tutte ingenuità e fiducia: infantili occhi che mi sorridono, brillando di speranza.

Era necessario, forse, soffrire alla vista delle spine, per trovar così leggiadri questi fiori. E se proprio loro m’annunciassero che qualcuno mi sta venendo incontro?… Sarei contenta, sì, che qualcuno mi venisse incontro: mi salutasse a viso aperto, con letizia, con bontà. Dinanzi alla cascina di San Fiorano, un segno nell’aria, un improvviso palpitar del cuore mi dànno la certezza che “qualcuno” è arrivato: è là: per me.

In giro alla Madonnina di maiolica, benedicente dalla sua nicchia ornata con rose di carta le donne chine sui mastelli e i bambini felici di razzolar con le galline nell’aia, uno svolio bianconero: le prime rondini. Tardi, quest’anno: s’è avuto sì gran freddo. Che dirò loro, per ringraziarle d’essere tornate?… Volan basso, un po’ sperdute, incrociandosi, radendo i muri, cercando ognuna il nido lasciato lo scorso autunno sotto queste gronde. Ma che fremito, che inquietudini di novità han mésso nell’atmosfera: quanto amore, quanta vita. Una mi stride “vita vita” sfiorando a un palmo il terreno con l’obliqua ala nerosplendente.

E un’altra “amore amore” dal tetto d’un fienile ove si posa, ancor vibrante del rapido volo. Potere sostar con esse: udir da esse, innanzi che il giorno muoia, qualche meravigliosa avventura dei loro viaggi d’oltremare.

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2 Comments

  1. Sempre grande FRANCO

  2. Mi sono commosso

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