società

Ricordi di un’altra guerra

Forse abbiamo superato il picco, l’incubo si allontana. Quando tutto sarà alle spalle i Ragazzi del 99, millennials del xx secolo, tracceranno le nuove linee di un corretto sviluppo globale. Sì #Iostoacasa ma oltre sedicimila morti dicono che “Non tutto è andato bene”. Speranze appese a slogan fanno spazio alle statistiche. Numeri da guerra.

Da epidemia influenzale a pandemia. Cinque continenti, nessuno escluso. La scienza colta alla sprovvista e quel certo non so che di onnipotenza fatto a pezzettini. Qui da noi, soprattutto, ha colpito duro in Lombardia. Il tremendo contrappasso alla conclamata eccellenza sanitaria ha messo a nudo la fragilità dell’intero sistema socio economico, chiedendo il prezzo della vita all’abnegazione di medici e infermieri che si stavano coscientemente immolando. Scene da guerra.

Due, tre giorni di esitazione nel dichiarare Zona rossa i primissimi focolai, ritardo motivato dagli incalcolabili danni inflitti all’economia, hanno permesso al virus di introdursi nei corpi, infestare gli ospedali, contagiare intere comunità. Da lì la paura. Tanta, intima, alimentata dal mistero. Una paura sconosciuta: Lodi, Codogno, Cremona, la Val Seriana, Bergamo, Brescia sono stati teatro di un accanimento quotidiano in costante crescendo. Senza una fine plausibile. La gente muore così; evapora, svanisce nel nulla senza un addio, senza una preghiera né chi ne pianga la perdita. Bare tutte uguali, un anonimato terrificante stipato su quei camion militari in colonna dal cimitero di Bergamo nel buio della notte.  Tragedie di guerra.

Forse per stabilire un illusorio punto di confine dell’orrore che avanza, qualcuno fra i più anziani si inventa un confronto fra angosce antiche e nuove. Fra quella conosciuta nella Seconda Guerra mondiale e questo nemico invisibile che ci attacca senza avviso, distruggendo esistenze, svuotando certezze che apparivano acquisite.

No…questa fa molto più paura!” dice chi era appena ragazza in quegli anni. Allora i morti cadevano  lontano da noi. La guerra si combatteva sui fronti. I caduti venivano annunciati alle famiglie. Il dolore piombava su un terreno preparato a riceverlo. Sotto un cielo immutabile nessuno riusciva  ad evadere da quei pensieri. Ma conoscevi i rischi, dove si annidava il pericolo e poi, in definitiva, fino all’8 settembre del ’43 in paese ci sono state rare sensazioni di autentico pericolo. Stabilimenti aperti, tessiture, meccanica, le acciaierie di Sesto. La settimana fluiva via alimentando quella dignitosa povertà in cui tutti quanti si navigava. Prima che la speculazione facesse esplodere l’equilibrio già precario fra salari e costo della vita e inaugurasse  il mercato nero. Si inventò l’orto di guerra e dalle cascine, di riffe o di raffa, usciva farina gialla, le patate di Oreno, qualche pezzo di carne e tutti i surrogati di zucchero, sale e caffè che possiate immaginare. In una sua personalissima licenza poetica Giovanni sintetizza l’immagine: “Cagavum alvòlt, oh còo!…” per dire che la toilette in fondo al cortile era sempre sovraffollata e l’alimentazione non proprio equilibrata.

Il terrore, la Storia lo riserverà alle ultime pagine della Guerra.  Dall’8 settembre del ’43: i nazisti sono di stanza in paese. La “Muti” semina odio, le Formazioni Partigiane si battono con determinazione. Anche Villasanta piangerà i suoi martiri. Settantacinque anni fa.

“Sono state giornate furibonde

senza atti d’amore

senza calma di vento.

Solo passaggi e passaggi

Passaggi di tempo.”*

Qui, oggi è tutto sbarrato. Hanno chiuso scuole, chiese, fabbriche, mercati e persino il Palazzo di Giustizia. La domenica delle Palme annuncia una Pasqua mai vissuta. Dopo trenta giorni di distanziamento sociale, unica forma di difesa basica, forse i dati statistici cominciano a deflettere. Se si realizzassero le previsioni fra poco entreremmo in fase due; quella della ripartenza graduale, del lento ritorno alla normalità.

Ma detta così è un inganno, una pia illusione. Il coronavirus è l’ultima chiamata, ormai dovrebbe essere chiaro: il tempo sta per scadere, se non è già tardi.

C’è stato già, in Italia, il drammatico giorno in cui si dovette far ricorso alle energie residue e queste si rivelarono la risorsa vincente: fu il giorno successivo alla disfatta di Caporetto: Prima Guerra mondiale anno 1917. Vennero chiamati alle armi i Ragazzi del ‘99, del 1899, naturalmente.

Questa crisi ci sta chiamando a un ultimo appello al blocco delle scelte macroeconomiche che ci hanno portato fin qui sui binari di uno sviluppo indiscriminato, di uno sfruttamento intensivo, incessanti danni collaterali fra i quali, letale, l’effetto serra provocato dai gas liberati nell’atmosfera.

Comunque sia. È ancora la Storia ad insegnarci che il giorno successivo a quello della Rovina, si apre automaticamente quello delle Grandi Opportunità. Per tornare al nostro ieri, mi sovviene che sono stati in molti ad aver fatto ricorso allo smart-working per dribblare l’ostacolo Covid-19. Molti di costoro sono Ragazzi del ‘99 un secolo dopo. I millennials  si sono impossessati delle proprie esistenze, usando connessioni e linguaggi assolutamente nuovi ed iniziando l’esplorazione di un’agenda lavorativa del tutto nuova; costellata di parole d’ordine come Economia circolare, Riuso, Green Economy, Sostenibilità, Competenze agli esperti, Crisi climatica, Punto di non ritorno. Ebbene mi pare sia di nuovo il loro momento. Loro sanno dov’è l’uscita da questa pandemia prima ancora che ci sia un virus che la schiaccia. Ci indichino le cause della nascita di questo strano germe da pipistrello che sta seminando morte ad ogni latitudine.

E ci spieghino, prima che sia troppo tardi, qual è la formula sostenibile per cui oltre sette miliardi di esseri umani riescano a stare in equilibrio su questo unico, fantastico Pianeta.

*Da “Anime Salve” di Fabrizio de André – settembre 1996.

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