
Se ne va all’improvviso un altro volto di una fotografia ingiallita di oltre sessant’anni fa. Undici calciatori Cosov ancora giovanissimi, in cui si annidavano talenti caserecci degni di un apprezzabile orizzonte calcistico.
Mario “Meo” Penati, classe ‘49, acerrimo portiere di quella squadretta, è stato portato via dalla solitudine. Vera compagna di tutta una vita fino a diventare complice bastarda del dramma conclusivo.
Dicono che da quando anche Ernesto (Ornaghi, n.d.r.) ci aveva lasciati, l’isolamento di Mario si era fatto patologico.
Si isolava sempre più e di recente aveva manifestato preoccupanti segni di senilità precoce. Apparente eredità dell’avaro destino che legava questo figlio unico ad una famiglia di lavoratori raramente accompagnati dalla buona sorte.
La sua vita era stata il pallone, certo. E la ristretta cerchia di amici che gli consentivano di sfoderare spesso e volentieri quel suo profilo aspro, radicale; magari incline alla sincerità anche a costo di farti del male. Ma Mario era questo, lo sapevamo.
E glielo si consentiva quasi fosse un diritto. E proprio su uno di questi scogli, futilmente legati al calcio di casa nostra, eravamo andati a sbattere poco meno di vent’anni fa.
Da allora fra noi è rimasto tabù, non trovando né mediatori né ambiti di compensazione, perlomeno di chiarimento. Si era agli ultimi dolorosi atti dell’Associazione Calcio Villasanta, il vecchio “Santa” che aveva un glorioso futuro tutto alle spalle mentre la navigazione arrancava in acque molto basse.
Ebbene Mario, col suo inseparabile “machete ideologico” mi inserì, bontà sua, nel novero dei “malfattori”; si trattava di una sentenza che non ammetteva spiegazioni; figuriamoci appelli.
Quel diverbio ci mise contro per sempre, fino a toglierci il saluto. Ci si vedeva, di tanto in tanto, si avevano comuni amicizie ma non c’era verso. Le parole che gli avrei voluto dire ormai sono del tutto inutili. Probabilmente lo sarebbero state anche allora.
In tutto questo rancoroso silenzio c’è tuttavia una fugace parentesi che mi piace raccontare: fu quando su
Il Punto venne il giorno di ricordare la figura di Piero “Genoa”, altro portierone che appartiene alla
“mitologia cosoviana”.
Sempre davanti a quella stramaledetta trappola che è il bar Roma, da cui per anni spuntò il profilo paffuto di Piero, a sfottermi con la sua erre moscia, quella mattina mi si frappose la grinta livida di “Meo”. Mi contestava il concetto di “solitudine” legato alla figura del portiere.
Al di là del banale, l’argomento si prestava ad uno scambio di opinioni che potesse anche scongelare quel ridicolo iceberg che ci separava ma non andò così, naturalmente. Con “Meo” non riuscii più a scambiare nemmeno un ciao, solo qualche sguardo freddo e diffidente. Una amicizia gettata nel Lambro!
Tempo fa ho saputo che, nel frattempo, Mario era entrato nel mondo del calcio professionistico femminile ed era anche riuscito a mettere in luce eccellenti qualità di tipo tecnico/atletico legate soprattutto al ruolo del portiere.
Evidentemente aveva studiato. Aveva coltivato quella sua passione primitiva trasformandola in sapienza, forse addirittura in arte. Non lo sapremo mai. Anche in questo caso, fatalmente, la prospettiva si è spenta sul nascere, privando Mario e noi tutti del piacere di capire, di accarezzare finalmente un risultato acquisito.
Sì, Mario è stato un compagno difficile, ma questa considerazione aumenta il rimpianto.








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